marcogiailevra

Libero ricercatore indipendente su salute, longevità, ehretismo, crudismo, fruttarianismo, sungazing, nutrimento pranico.

Archivi Mensili: gennaio 2014

CIBI E COMBINAZIONI ALIMENTARI ACIDIFICANTI

CIBI E COMBINAZIONI ALIMENTARI ACIDIFICANTI

A cura di Marco Giai-Levra

Quali sono i cibi che acidificano?

I cibi acidificanti sono tutti quelli innaturali per l’essere umano, il quale ha in realtà una natura frugivora. Quindi tutti i cibi raffinati, elaborati artificialmente o non commestibili crudi allo stato naturale hanno un effetto acidificante. Al contrario il 99% dei vegetali crudi e della frutta alcalinizzano l’organismo, apportando minerali in forma liquida colloidale, ossia totalmente assimilabili. I minerali assunti da integratori invece hanno una microstruttura cristallina e quindi non sono assimilabili ma diventano sedimenti che permangono all’interno del corpo per anni, acidificandolo.

Tra i vegetali, quelli non commestibili allo stato naturale sono i legumi, i cereali e i grani, con tutti i loro derivati.

Cibi come i farinacei, i legumi, i cereali, i semi, la carne, il pesce e i latticini danno luogo a delle fermentazioni e quindi a delle acidificazioni: ossia il PH del nostro sangue va sotto i 7,35 diventando a più acido e il corpo va quindi in acidosi e deve neutralizzare questi acidi consumando i nostri minerali interni: come sopradetto questo significa malattia, invecchiamento e morte.

La soluzione quindi è virare gradualmente verso una dieta crudista-fruttariana (cioè quella più adatta all’uomo), alcalinizzare l’organismo e apportare minerali in forma liquida e assimilabile, estratta dai vegetali. Questa dieta va approcciata gradualmente perchè dà luogo a numerose crisi di disintossicazione da scorie e muco, dovuti ad anni o a decenni di errate abitudini alimentari. Spesso queste crisi vengono erroneamente scambiate dai neofiti per carenze nutrizionali.

Infine è lecito pensare che, una volta finito il processo della disintossicazione, si possano reintegrare i minerali perduti, in modo naturale e quindi “invertire l’invecchiamento”.

Il 99% della frutta (dolce, acida, grassa) e dei vegetali crudi commestibili hanno un effetto alcalinizzante e apportano minerali nell’organismo. Quindi questi cibi, rinfoltendo la nostra riserva di minerali, aiuteranno a neutralizzare tutte le acidificazioni dovute allo smaltimento delle scorie e dei rifiuti tossici, nonchè del muco presenti nel corpo a causa di decenni di malealimentazione.

I cibi che acidificano sono:

  • tutti i cibi elaborati e raffinati industrialmente.
  • tutti i cibi cotti: generano in diversa percentuale il fenomeno della leucocitosi nel corpo in quanto vengono riconosciuti dall’organismo come non-cibo, facendo scattare le difese immunitarie.
  • Nel caso di vegetali allo stato naturale e poi cotti l’acidificazione è più lieve.
  • tutti i cibi di origine animale: carne, pesce, insaccati, uova, latte e formaggio.
  • tutti i vegetali che non sono commestibili crudi a piena maturazione e derivati: legumi, cereali, grani, farinacei.
  • tutti i vegetali che contengono un’alta percentuale di amido.
  • tutti i cibi ad alto contenuto proteico.
  • un apporto proteico superiore ai 30-35 grammi giornalieri dà luogo ad acifificazioni.

Altre cause di acidificazione sono le fermentazioni intestinali dovute a combinazioni alimentari errate. Anche i semi acidificano e in genere tutto ciò che ha un alto contenuto proteico.

Le combinazioni da evitare sono:

  • amidi+proteine
  • amidi+zuccheri
  • amidi+acidi
  • proteine+zuccheri
  • proteine+acidi
  • amidi+amidi (un solo tipo di amido concentrato a pasto)
  • proteine+proteine (un solo tipo di proteine concentrate a pasto)
  • grassi+proteine
  • grassi+zuccheri
  • grassi+acidi (avocado+limone è un’eccezione che conferma la regola e si può fare senza conseguenze)
  • grassi+grassi (un solo tipo di grasso concentrato a pasto)

Il contenuto proteico giornaliero medio dovrebbe essere compreso tra i 25 e i 30-35 grammi. Sopra i 30-35 grammi comincia l’acidificazione. Registrandosi su siti come fitday.com o cronometer.com ognuno può facilmente controllare questo valore.

Quando si violano le regole delle corrette combinazioni alimentari avvengono delle fermentazioni nello stomaco e/o nell’intestino. Fermentazione significa ebollizione ma in questo contesto è sinonimo di acidificazione, in quanto ne è la causa.

Le fementazioni creano nel corpo acqua, acido acetico, anidride carbonica e alcol. L’organismo utilizza solo l’acqua, mentre il resto deve smaltirlo e neutralizzarlo “bruciando” la nostra preziosa miniera di minerali, quindi come spiegato facendoci ammalare, invecchiare e andare più velocemente in contro alla morte.

Vale la pena di notare come i cibi acidificanti contengano già al loro interno delle combinazioni alimentari errate per l’essere umano: ad esempio i fagioli violano la regola “amido+proteine” in quanto contengono una percentuale considerevole di entrambi gli elementi. Infatti, come è noto, producono gas nell’intestino: questo gas è la conseguenza di una fermentazione, la quale dà luogo ad un’acidificazione. Gli acidi prodotti vengono assorbiti dai villi intestinali (ne abbiamo 3000 per centimetro quadrato) che li ributta nel sangue, abbassandone il valore del PH. Quindi segue la neutralizazzione degli acidi che si concretizza in una demineralizzazione.

Fonte: http://ehretismo.com/2012/03/salute-perfetta-ringiovanimento-fisico-e-longevita-questione-di-sangue/

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Gli ominidi di 12.000.000 di anni fa erano fruttariani, a cura di Boyce Rensbenger

La ricerca dà risultati sorprendenti: i denti mostrano che la frutta era l’alimento principale

A cura di Boyce Rensberger – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Teschio ominide

Studi preliminari sui denti fossili hanno condotto un antropologo a suggerire una ipotesi sensazionale: gli antenati umani, in origine, non erano prevalentemente mangiatori di carne e neppure di semi, germogli, foglie o erbe. Né erano onnivori. I loro denti invece sembrano mostrare le tipiche caratteristiche di chi si nutriva di una dieta a base di frutta.

Almeno fino all’arrivo dell’Homo erectus, la specie immediatamente precedente all’Homo sapiens, non c’è evidenza della dieta onnivora, che oggi è tipica degli esseri umani.

Teschio ominide

Se confermati, i risultati rovescerebbero parecchi presupposti comunemente ritenuti validi circa la dieta degli ominidi delle origini, ovvero le creature della specie umana. Si è ritenuto generalmente, per esempio, che i grandi molari, piatti in superficie, delle specie robuste di Australopiteco [uomo preistorico] e quelli appartenenti all’essere propriamente umano, chiamato Homo habilis, avessero in sé le caratteristiche degli onnivori, mangiatori di carne mescolata a radici, frutta secca a guscio, uova, germogli e frutta.

“Non voglio sbilanciarmi troppo ancora” – ha detto il Dott. Alan Walker, un antropologo dell’Università John Hopkins, che ha scoperto la prova dentale. Ma è senz’altro una sorpresa”.

Nessuna eccezione trovata

Il campione dei denti studiato finora è piccolo – poco più di due dozzine dei principali quattro tipi rappresentativi degli ominidi  –  ed ulteriori analisi potrebbero confutare le ipotesi iniziali. Ma, sebbene il campione sia piccolo, nessuna eccezione è stata trovata.

Ogni dente esaminato appartenente agli ominidi del periodo da 12 milioni di anni fa fino all’Homo erectus, è sembrato appartenere ai mangiatori di frutta. Il dente di ogni Homo erectus era quello di un onnivoro. L’Homo erectus è stata la prima forma umana nota per essere emigrata al di fuori dell’Africa. I reperti [campioni] sono stati trovati in molte parti dell’Africa e dell’Asia.

I risultati sono basati sull’analisi estremamente dettagliata dei microscopici tipi di usura riscontrati sulle superfici dei denti a causa della masticazione. Il metodo, inventato dal Dott. Walker, utilizza un microscopio elettronico a scansione che evidenzia i graffi e i buchi che sono invisibili ad occhio nudo.

Il Dott. Walker ha trovato che generi differenti di alimento contengono minerali che guastano la superficie dello smalto dei denti con diverse modalità. È possibile anche distinguere fra un mangiatore di erba e un mangiatore di foglia perché ogni alimento contiene tipi e quantità diverse dei caratteristici cristalli della silice, che si formano naturalmente all’interno delle cellule vegetali. Questi cristalli, chiamati phytoliths, sono più duri dello smalto dentario e lo graffiano leggermente mentre l’animale mastica questo alimento.

Le erbe contengono una proporzione elevata di phytoliths tipica delle foglie dei cespugli e degli alberi. La frutta non ne contiene nessuno. Di conseguenza, i denti dei mangiatori di frutta sono molto lucidi, senza cioè quei tipici segni di usura caratteristici [provocati] da altre fonti di alimento. La carne non contiene phytoliths ma i denti dei carnivori mostrano le graffiature causate sgranocchiando ossa.

Regolarità del tipo di usura dentale

Utilizzando i denti di vari mammiferi viventi di cui si conosce l’alimentazione, il Dott. Walker ha stabilito che il tipo di micro-usura dei denti doveva essere  abbastanza  regolare da una specie all’altra. Ciò è in gran parte dovuto al fatto che lo smalto dei denti è della stessa sostanza in tutto il regno animale.

Per provare il suo metodo, il Dott. Walker ha confrontato i tipi di micro-usura [dentale] su determinate specie di animali di cui si conoscono differenti abitudini di alimentazione. Per esempio, di due tipi di hyracoidea (un tipico esemplare di coniglio della famiglia dei mammiferi roditori), uno si alimenta principalmente di erba mentre l’altro è un esploratore, che si nutre delle foglie dei cespugli e degli alberi. I loro denti possono essere identificati facilmente utilizzando un microscopio elettronico a scansione.

Il Dr. Walker ha riscontrato modelli simili in vari tipi di maiale selvatico, come il facocero e una tipologia di scimmie. È mettendo a confronto questi modelli che i denti degli ominidi vengono esaminati.

Per esaminare i denti al microscopio il Dott Walker deve montare le corone dei denti su tronconi di metallo all’interno della camera a vuoto del microscopio, successivamente la corona verrà ricoperta con una lega d’oro palladio che riflette il fascio elettronico. È il fascio di elettroni riflesso che il microscopio individua elettronicamente e manipola per ingrandire l’immagine che viene poi proiettata su uno schermo televisivo. I denti degli ominidi non hanno prezzo. I reperti non vengono distribuiti a nessuno, neanche ad Alan Walker, che è un collega vicino a molti dei principali cercatori dei fossili di ominidi. Di conseguenza, il Dott. Walker ha messo a punto un metodo che riproduce i denti fondendoli con l’epossido. Il metodo non altera il fossile e capta al microscopio tutti i dettagli necessari all’analisi.

Se è vero che gli ominidi dei primordi erano principalmente tutti mangiatori di frutta, questo fatto suggerirebbe uno stile di vita simile a quello degli scimpanzé che vivono nelle foreste, come la maggior parte degli antropologi aveva intuito.

Tuttavia il Dott. Walker osserva che una dieta a base di frutta non deve identificarsi con quello che gli Americani intendono in senso stretto – arance, prugne, mele, banane ed altri prodotti estremamente dolci e molli.

Centinaia di piante producono frutti più duri e più sostanziosi. Il baccello dell’albero dell’acacia è solo un esempio e oggi è abbastanza comune in Africa. Si sviluppa nelle regioni leggermente boscose vicino ai pascoli considerati solitamente come la casa degli ominidi delle origini.

New York Times, Science Times, Tuesday May 15, 1979

Fonte: www.health101.org

Professor Alan Walker FRS membro della Società Reale britannica,  Pennsylvania State University, USA (Promotore)

Alan Walker

Alan Walker Evan Pugh [il più alto titolo onorifico dell’Università della Pennsylvania, dal nome del primo rettore] è professore di Antropologia e Biologia all’Università dello Stato della Pennsylvania.

È un paleontologo che ha fatto avanzare [la ricerca] nel nostro settore portando avanti il lavoro di laboratorio sui primati fossili e viventi, al fine di  studiarne il  comportamento. Ha studiato la deambulazione dei lemuri viventi, al fine di riconsiderare la locomozione dei lemuri giganti del Madagascar recentemente estinti, l’usura microscopica sui denti per comprendere le abitudini alimentari dei primati e ominidi estinti e, recentemente, ha collaborato con i colleghi per capire il rapporto  tra le dimensioni dei canali semicircolari [sono i tre canali semicircolari all’ interno dell’orecchio] e il movimento, al fine di  scoprire gli adattamenti locomotori delle specie estinte senza ricorrere  alle informazioni sullo scheletro degli arti. È membro della Società Reale, dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze, Socio Straniero della United States National Academy of Sciences  e membro della MacArthur Academy. Il suo libro La saggezza delle ossa (con Pat Shipman) ha vinto il Premio Rhône-Poulenc nel 1997.

Fonte: royalsociety.org

Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Le motivazioni etiche del vegetarismo, a cura del Prof. Armando D’Elia

Le motivazioni etiche del vegetarismo

Prof. Armando D’Elia – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Prof. Armando D’Elia

Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI)

tratto da: “Facciamo la pace con i nostri animali”

Una prima considerazione, ovvia, è che mangiando carne si partecipa materialmente e personalmente al massacro di animali pacifici e innocenti, che dovrebbero essere nostri compagni di vita e che noi invece trasformiamo in vittime di una nostra ingiustificabile violenza.

Né può valere la considerazione che noi non ammazziamo con le nostre mani e che ci serviamo di intermediari che il più delle volte non vediamo: i lavoranti dei mattatoi, i fucili dei cacciatori, gli attrezzi dei pescatori, le trappole mortali. La realtà è che se ognuno di noi dovesse con le proprie mani uccidere un agnello o un coniglio, non ne avrebbe il coraggio e ci rinuncerebbe. Questa è una delle tante, tantissime prove che noi non siamo per natura carnivori. Il vero animale carnivoro, infatti, è innanzitutto in grado di raggiungere in corsa la propria preda (e l’uomo non è così veloce).

Ammesso che si sia raggiunta la preda, bisogna azzannarla (ma l’uomo non ha le zanne del carnivoro, né gli artigli), poi bisogna ferire o sgozzare la vittima (ma l’uomo non possiede l’insensibilità tipica del carnivoro), poi infine sbranarla e mangiare le carni ancora calde e palpitanti. Chi di voi è capace di tanto? Credo nessuno, anche perché l’uomo non ha la dentatura adatta per mangiare la carne cruda. Per mangiare la carne, l’uomo deve ricorrere a un artificio, deve, cioè, cuocerla, perché solo la cottura la rende masticabile dai nostri denti, che sono denti da frugivoro, di forma particolare, ben diversi dai denti dei carnivori. L’uomo è, quindi, “disarmato” fisicamente e psichicamente. È un animale inerme. Non è un animale carnivoro. Avvicinatevi a un erbivoro che pascola: non si allontana, non fugge, perché “sente”, con l’acutezza del suo istinto, che non ha nulla da temere da voi, sente che non siete pericolosi, che non siete carnivori. Ben diverso è il suo comportamento di fronte a un carnivoro. E purtroppo noi ricambiamo male quella loro innata fiducia perché da frugivori quali siamo per natura siamo giunti, per deviazione alimentare, a essere crudeli assassini proprio di quegli animali che, ignari ancora della loro sorte, manifestano tanta fiducia nei nostri riguardi.

Prof. Armando D’Elia

L’uomo sembra fatto per nutrirsi principalmente di frutta, radici e altre parti succulente (ricche d’acqua) dei vegetali. Le sue mani gli consentono facilmente di cogliere tutto ciò; d’altro canto, le sue mascelle corte e di forza media, i suoi canini uguali (di pari lunghezza) agli altri denti e i suoi molari a forma di tubero non gli permetterebbero né di brucare l’erba né di divorare la carne, a meno che egli non renda questi cibi commestibili attraverso la cottura.

Georges Cuvier

Fonte: “Le règne animal” di Georges Cuvier (baron). Tome I – 1817 pag 86

Chi difende il cibo animale dovrebbe costringersi a un esperimento decisivo per stabilirne la validità… lacerare le carni di un agnello vivo coi soli denti, e affondare la testa dentro i suoi intestini, estinguere la propria sete nel sangue fumante; quando, fresco di questa orribile azione, ritornasse agli irresistibili istinti della natura che si ergerebbero in giudizio contro di essa, e dicesse: “La Natura mi ha fatto per questo genere di lavoro”, allora, e solo allora, sarebbe coerente ……

Percy Bysshe Shelley

Percy Bysshe Shelley e la difesa del vegetarismo

…”Consideriamo senz’altro assurda la convinzione di quanti affermano che l’uso di mangiare la  carne abbia un’origine naturale. Che l’uomo non sia carnivoro per natura, è provato in primo luogo dalla sua struttura fisica. Il corpo umano infatti non ha affinità con alcuna creatura formata per mangiare la carne: non possiede becco ricurvo, né artigli affilati, né denti aguzzi, né viscere resistenti e umori caldi in grado di digerire e assimilare un pesante pasto a base di carne. Invece, proprio per la levigatezza dei denti, per le dimensioni ridotte della bocca, per la lingua molle e per la debolezza degli umori destinati alla digestione, la natura esclude la nostra disposizione a mangiare la carne.

Se però sei convinto di essere naturalmente predisposto a tale alimentazione, prova anzitutto a uccidere tu stesso l’animale che vuoi mangiare. Ma ammazzalo tu in persona, con le tue mani, senza ricorrere a un coltello, a un bastone o a una scure. Fa come i lupi, gli orsi e i leoni, che ammazzano da sé quanto mangiano: uccidi un bue a morsi o un porco con la bocca, oppure dilania un agnello o una lepre, e divorali dopo averli aggrediti mentre sono ancora vivi, come fanno le bestie. Ma se aspetti che il tuo cibo sia morto e se la vita presente in quelle creature ti fa vergognare di goderne la carne, perché continui a mangiare contro natura gli esseri dotati di vita?

Eppure, neanche quando l’animale è morto lo si potrebbe mangiare così come si trova, ma si lessa, si arrostisce, si modifica la sua carne per mezzo del fuoco e delle spezie, alterando, trasformando e mitigando  con innumerevoli condimenti il sapore del sangue, affinché il senso del gusto, tratto in inganno, possa accettare quanto gli è estraneo. […]

Plutarco, “Del mangiar carne”

Plutarco, “Del mangiar carne”

Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Carne e comportamento umano, a cura del Prof. Armando D’Elia

Carne e comportamento umano

Prof. Armando D’Elia – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Prof. Armando D’Elia

Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI)

In linea generale si può affermare che, in condizioni naturali, gli animali carnivori sono feroci ed aggressivi e che quelli non carnivori sono invece pacifici e socievoli.

Un’altra facile constatazione: la graduale riduzione dell’aggressività dell’uomo a misura che esso passa da una dieta comprendente molta carne ad una dieta che esclude i cibi iperproteici e in particolare la carne.

È noto, ancora, che i cani addomesticati, sebbene in natura siano carnivori ed aggressivi (erano lupi !), se si vuole che montino con efficacia la guardia ed aggrediscano persone a loro sconosciute, debbono essere alimentati con molta carne. Analogamente, se si vuole, in tempo di guerra, impiegare degli uomini in azioni belliche efficaci, occorre dar loro abbondanti razioni di carne, utilizzata come una droga atta a sviluppare aggressività, violenza e insensibilità. Nell’Iliade di Omero si narra di festini a base di carne, delle specie di riti sanguinari ai quali prendevano parte i guerrieri tra una battaglia e l’altra.

Seneca faceva notare che tra i mangiatori di carne si trovano i tiranni, gli organizzatori di eccidi e di faide e di guerre fratricide, i mandanti di assassini, gli schaivisti, mentre coloro che si nutrono dei frutti della terra sono caratterizzati da mitezza di comportamenti. Liebig racconta che nel giardino zoologico di Giesen l’orso, se era costretto a mangiare carne al posto di vegetali, diveniva irrequieto e pericoloso. Si può quindi affermare che l’igiene fisica è anche, e sempre, igiene mentale, come sosteneva J .Dalemont, descrivendo la storia dell’alimentazione umana nel suo lavoro “Manuale di igiene mentale”.

È nota l’espressione “la carne mi dà la carica”, usata da chi vuole giustificarne l’uso alimentare, dato che questa società, basata sulla competitività, sulla concorrenza e sull’arrivismo, esige dall’individuo una grinta aggressiva che permette di farsi strada (“struggle for life”).

I suddetti pochi e succinti riferimenti socio-biologici già consentono di potere affermare che la carne influisce negativamente sul comportamento umano. Occorre però motivare meglio questa affermazione, cosa che cercheremo di fare qui di seguito, partendo da alcune considerazioni di carattere generale.

Certamente l’uomo è un animale influenzabile e condizionabile da diversi fattori ambientali e in modo molto evidente da quello alimentare. Il grande Ludwig Feuerbach nel lontano 1855 sintetizzò tale grande verità nella sua famosa frase “Der Mann ist vas er isst” (“L’uomo è quel che mangia”). Ma il medesimo significato scientifico di questo aforisma (Pare che tale aforisma sia stato ispirato a Feuerbach da Jacopo Molcschott. cclcbre fìsiologo, Olandese di nascita ma ilaliano di clezione. profcssore all’Univcrsità di Roma c di Torino, scnatorc dcl Regno d’Italia) si ritrova in un altro famoso aforisma, quello del grande studioso italiano BARTOLOMEO BECCARI (medico, chimico, professore di chimica all’Università di Bologna), il quale oltre un secolo prima, nel 1728, nella lingua dotta degli studiosi del tempo, aveva sentenziato: “Quid aliud sumus, nisi it unde alimur ?” (Che cosa altro siamo se non quello che mangimo?).

Non è un caso che questi due grandi pensatori siano stati vegetariani. Essi si possono considerare a giusto titolo dei precursori di quella parte della dietetica che si basa sulla biochimica degli alimenti. Il Beccari, fra l’altro, è lo scopritore del glutine e della isovalenza tra le proteine vegetali e quelle animali.

E tuttavia sarebbe errato ritenere che prima di Feuerbach e di Beccari il principio generale della interdipendenza tra alimentazione e comportamento non fosse noto. Andando su su nei tempi remoti ci si accorge che tale grande verità affiora nel pensiero di cultori di varie discipline, per arrivare addirittura ai Sufi (antichissimi mistici vegetariani dell’Islam) i quali in sintesi sostenevano che

l’essere umano è anzitutto ciò che mangia e sulla base di questo è ciò che pensa.

L’UOMO NON È UN SEMPLICE TUBO DIGERENTE DA RIEMPIRE CON CIBI VARI. È UN ESSERE PENSANTE, IL CUI CERVELLO È UN ORGANO CHE, COME TUTTI GLI ALTRI ORGANI DEL CORPO, DEVE ESSERE NUTRITO MEDIANTE LA CORRENTE SANGUIGNA, CHE VI PORTA IL MATERIALE OCCORRENTE AL SUO METABOLISMO. 

Benefits-of-Vegetarian-Diet-2

Noi in media oggi mangiamo in gran parte cibi prodotti dall’industria, venduti solo a scopo di profitto e ignorando le nostre autentiche necessità alimentari naturali. Come la medicina ufficiale è condizionata e finanziata dall’industria farmaceutica, così la cosiddetta “scienza dell’alimentazione” è completamente nelle mani dell’industria chimica del cibo. La logica disumana del profitto spinge gli industriali dell’alimentazione a risparmiare quanto più possibile nella produzione del cibo, ricorrendo ad ingredienti di costo inferiore e quindi di bassa qualità, curando invece le apparenze con il ricorso a coloranti e confezioni affascinanti, onde ingannare i consumatori superficiali.

È così che, mediante sofisticazioni, contraffazioni, imbrogli e speculazioni orchestrate su vasta scala dalle industrie alimentari (sicure fonti di profitto, esenti da crisi), vengono spesso spacciate per “cibi sani” delle sostanze che sono invece tossiche e velenose. Si badi bene che questo inganno è organizzato a livello internazionale (si può pertanto parlare di “multinazionali del crimine”) e che l’uso indiscriminato di coloranti, aromatizzanti, conservanti, emulsionanti, antiossidanti, ecc. costituisce un continuo attentato alla nostra salute, trattandosi di una alimentazione intossicante che causa malattie fisiche e mentali. Alti tassi di colesterolo, dovuti alla eccessiva presenza di grassi, predispongono all’obesità, all’infarto; così come gli alti tassi di proteine in alcuni cibi anche scatolati (carne, anche di pesce; molluschi; ecc.) causano uricemia, gotta, ecc. Negativa oltremodo è poi la presenza abbondante di zucchero industriale (saccarosio) in moltissimi prodotti. Importante anche notare che la maggior parte dei cereali in commercio sono raffinati sino a rendere il loro potere nutritivo pressoche nullo.

Il suddetto panorama, ancorché sommario, è sufficiente a farci capire che oggi l’industria alimentare ci offre CIBI-SPAZZATURA che intossicano il nostro fisico e la nostra mente. Psichicamente questo modo sbagliato di alimentarci ci caccia in una condizione di perenne nevrosi, CHE SUL PIANO PRATICO SI TRADUCE POI IN ATTEGGIAMENTI VIOLENTI NEI RIGUARDI DEI NOSTRI SIMILI E DEGLI ALTRI ESSERI VIVENTI.

Cosa fare? : occorre riflettere e anzitutto cercare di comprendere il ruolo che deve svolgere l’alimentazione nella vita dell’uomo, mettendolo a confronto con l’attuale modo sbagliato di alimentarci impostoci dal potere industriale pilotato dal “dio-denaro”. Da un tale confronto emergerà sicuramente, per legittimo diritto all’autoconservazione, la decisione di cambiare il nostro modo di alimentarci oggi in voga, inserendo tale decisione in un progetto di cambiamento “globale” del nostro modo di vivere, non più supinamente conformista. In particolare, sul piano strettamente alimentare, occorre giungere all’adozione di una dieta semplice ed equilibrata, economica e salutare, povera (o priva) di grassi aggiunti e non iperproteica, non distruttiva e basata sull’uso di ciò che la natura offre.

È importante che un tale progetto di cambiamento venga realizzato con urgenza perché l’attuale modo sbagliato di alimentarci sta distruggendo velocemente la nostra vita e quella dei nostri figli e non c’è tempo da perdere.

Intanto occorre far sentire le nostre voci contro le mistificazioni del potere industriale oggi imperante e pretendere cambiamenti nel trattamento dei prodotti, nella coltivazione e nella loro commercializzazione.

OCCORRE INOLTRE INFORMARE QUANTE PIÙ PERSONE È POSSIBILE CHE ESISTE UNA ALTERNATIVA AL CORRENTE MODO INNATURALE DI ALIMENTARSI.

Un numero crescente di persone, specie giovani, hanno raggiunto questo livello di consapevolezza e hanno “depurato” la loro maniera di alimentarsi; sono, cioè, diventati vegetariani, conseguendo, con questo, non solo un miglioramento evidente della propria salute fisica, ma anche una serie di conseguenze positive nel campo mentale. Il cervello, nutrito, come prima si diceva, con sangue disintossicato, acquista caratteristiche fisiologiche positive particolari: il pensiero si fa più lucido e penetrante, si consegue una vera e propria “dilatazione della mente”, aumenta la capacità di autocontrollo e la resistenza al lavoro intellettuale e a quello fisico; scompare lo stato di nevrosi e di violenza cui si accennò nel precedente stelloncino dando posto ad un atteggiamento improntato invece a tolleranza, a mitezza, a disponibilità al dialogo sereno, alla ricerca di soluzioni pacifiche delle vertenze, alI’ amore, alla socievolezza, alla condivisione.

A QUESTO PORTA IL VEGETARISMO.

Assai interessante è la inequivocabile conferma dell’acquisizione di queste caratteristiche fisiologiche particolari del cervello che ci viene dallo studio dell’attività elettrica cerebrale (che è il risultato di milioni di potenziali d’azione dei neuroni), rivelata elettroencefalograficamente (EEG). In tali elettroencefalogrammi si possono osservare diversi ritmi di base, tra i quali è di grande importanza il “ritmo alfa” perché è indotto dall’alimentazione vegetariana ed è espressione di uno stato di rilassamento neuromuscolare non del solo cervello ma di tutto l’organismo.

Questo fatto assume un notevole rilievo in quanto, modificando la dieta in senso vegetariano, si influisce, conseguentemente ed inevitabilmente, anche sul comportamento, il quale diverrà conciliante e pacifico ed apporterà una sensazione di benessere che – secondo Leadbeater – può essere considerato “analogo allo stato di meditazione sulle realtà più profonde”.

Ma… cosa si deve intendere per “vegetarismo” ?

Comunemente si intende per vegetarismo l’astenersi dal mangiare il cadavere di altri animali, ma in realtà non è solo questo. Infatti il termine “vegetarismo” deriva dal latino “vegetus”, che significa “sano, vigoroso”; il vegetarismo consiste, quindi, nell’adottare tutte quelle norme di vita pratica che consentono di diventare, appunto, sani e vigorosi, sia pure con gradualità. A tal fine, la prima cosa da fare è indubbiamente la eliminazione dalla nostra dieta del cadavere di altri animali, cioè la eliminazione della più grossolana (e più dannosa) deviazione dalla nostra alimentazione naturale, che ci portiamo dietro dalla preistoria. Ma questa deve essere considerata solo una prima tappa, giacche occorre eliminare le altre trasgressioni alle leggi naturali. In particolare:

  • ridurre quanto più possibile il ricorso alla cottura che praticamente “uccide” i cibi, mentre la natura ce li offre “vivi”,cotti a fuoco lento dai raggi del sole; possibilmente, quindi, giungere a mangiare tutto crudo. Non esiste in natura l’albero del cibo cotto!
  • eliminare dalla propria dieta tutti i cosiddetti “sottoprodotti animali” (latte di mammiferi non umani, uova, derivati del latte, come latticini e formaggi, miele)
  • reimparare a masticare correttamente (“Masticare i cibi liquidi e bere i cibi solidi” ammoniva Gandhi), cioè lungamente, lentamente e completamente
  • reimparare a respirare correttamente, attivando soprattutto la funzionalità del diaframma e ricordando che l’aria è il nostro “primo” alimento, che dinamizza tutto il metabolismo. Si può vivere per moltissimi giorni senza toccare cibi solidi, molti giorni senza liquidi, ma solo una manciata di secondi senza aria. Ogni volta che è possibile, è molto salutare fare dei veri e propri “pasti d’aria” giacche “respirare è “vivere”
  • dare la massima importanza all’attività fisica, cioè al moto. Oggi l’uomo si muove poco, con gravi conseguenze sulla propria salute, a causa dell’uso continuo dell’auto, degli ascensori, delle scale mobili (tre autentiche “protesi” delle gambe), del televisore che costringe all’immobilità. Abbiamo due grandi medici amici: la gamba destra e la gamba sinistra, che occorre usare quanto più possibile: più chilometri a piedi, più salute. Le scale sono le montagne della città: è bene farle sempre a piedi. I due famosi clinici della John Hopkins University; Brent Petty e David Herrington, utilizzando i risultati di lunghi studi statistici sugli effetti dell’esercizio fisico, hanno accertato che per ogni scalino montato la vita umana si allunga di circa quattro secondi, con beneficio anche dell’attività cardiaca
  • eliminare gli alcoolici (vino, birra, ecc.), i nervini (caffè, the, cacao; guaranà, mathe), il sale, lo zucchero industriale (bianco o scuro che sia), i grassi da estrazione, le spezie forti, (pepe, mostarde, senape, ecc.)
  • attendere la comparsa della fame per mangiare
  • evitare la sovralimentazione, causa primaria di molti gravi stati patologici che affliggono tanta parte dell’umanità
  • evitare di mescolare cibi tra loro incompatibili a causa di diverse o addirittura opposte esigenze digestive. Possibilmente, dissociare i cibi (l’uomo ha tra i tanti suoi tristi primati anche quello di essere l’unico animale che mescola i cibi!), mangiando un cibo alla volta e intervallandoli sufficientemente fra loro.

Si tratta di una serie di tappe che occorre GRADATAMENTE realizzare per raggiungere alla fine a pieno titolo lo stato di “vegetus”. “Vegetariano” si può considerare colui che è “IN MARCIA” per diventare, appunto, “vegetus”. Fermarsi al primo gradino, cioè alla sola eliminazione della carne, non è sufficiente. Occorre invece proseguire, altrimenti ci si appiattisce su tale prima tappa e non si è più animati dal desiderio di andare avanti. A quel livello ci si potrà considerare soltanto dei “NON MANGIATORI DI CARNE”.

C’è chi, avendo eliminato la carne dalla propria dieta, ritiene necessario preoccuparsi di doverla “sostituire” con qualche altro cibo di eguale valore; preoccupazione infondata giacchè

UN VELENO NON SI SOSTITUISCE, MA SEMPLICEMENTE LO SI ELIMINA E BASTA.

Di solito simili idee “sostitutive”derivano dal fatto che la carne è comunque ritenuta, errando, l’unica fonte di proteine, per cui la sua eliminazione può dare l’impressione che manchi il terreno sotto i piedi: quindi, si pensa, occorre un altro cibo egualmente proteico o più proteico della carne per colmare il vuoto alimentare prodottosi! In questo errore cadono anche molti “vegetariani”, i quali sostituiscono una fettina di carne da 100 grammi con due o più etti di formaggio, notoriamente molto più proteico della carne oppure con piattoni di legumi, anch’essi più proteici della carne.

Naturalmente continueranno ad accusare le conseguenze negative da iperproteinosi con l’aggravante che oggi i formaggi sono diventati una sorta di discarica di tutti i farmaci intossicanti somministrati agli animali allevati industrialmente. Fatto salvo l’aspetto etico, continuare a mangiare la fettina costituiva forse, sul piano salutistico, il male minore. Ma chi non ha capito ancora questo si lamenterà e si meraviglierà dicendo: “Eppure ho abbandonato la carne!” E allora, cosa bisogna fare ? Risposta:

OCCORRE STAR LONTANI DA TUTTI I CIBI IPERPROTEICI, SIA ANIMALI (CARNE, FORMAGGI, UOVA) CHE VEGETALI (LEGUMI) ALCUNI DEI QUALI – COME LE LENTICCHIE – SONO RICCHI DI PURINE E ALTRI, COME I FAGIOLI, CONTENGONO “ANTIENZIMI’, CIOE’ DEI COMPOSTI CHE INATTIVANDO GLI ENZIMI DIGESTVI (SPECIE LE AMILASI E LA TRIPSINA), SONO, DI FATTO, ANTINUTRIZIONALI.

I grandi primati (come il gorilla, che ha una muscolatura formidabile) non mangiano alimenti iperproteici.

gorilla

Si tenga ancora presente che i legumi sono semi e che i semi, depositari della vita vegetale, “si difendono”; quindi la presenza degli antienzimi nei semi deve essere interpretata come “un loro mezzo di difesa”. Analogo significato può essere attribuito alla presenza della caffeina nei semi di caffè, della teobromina nei semi di cacao, della avidina nell’albume delle uova di gallina, dell’acido fitico nei semi di molte graminacee e di alcune leguminose, ecc., ecc..

Ma l’invito a star lontani da tutti i cibi iperproteici è giusto, oltre che per il motivo anzidetto, anche perchè un’alimentazione troppo proteica, essendo ricca di fenilanina e di tirosina, porta alla produzione di neurotrasmettitori che predispongono alla aggressività; ne riparleremo tra poco.

II precedente stelloncino iniziava accennando all’influenza del vegetarismo sulla mente, sull’intelligenza e sul comportamento dell’uomo. Occorre ora suffragare tale impegnativa affermazione portando degli esempi di noti vegetariani che con la loro vita e le loro opere hanno dimostrato, appunto, che il vegetarismo porta immensi benefici non solo al corpo, ma anche alla mente.

Già il grande Giovenale (Satira X, 512), circa 20 secoli fa, aveva sentenziato, con una massima eterna. la stretta dipendenza della sanità della mente da quella del corpo: “MENS SANA IN CORPORE SANO”. La mente, quindi, non può essere sana se non è sano il corpo: priorità, pertanto, della salute del corpo, assurta a “conditio si ne qua non” per la salute mentale.

Molto più tardi, nel XVII secolo, un’altra voce autorevole, quella del filosofo inglese Johri Locke, nella sua opera “Pensieri sull’educazione” (1693) doveva tornare a sottolineare la indiscutibile validità dell’assioma di Giovenale e cioè la dipendenza della sanità della mente da quella del corpo.

In pratica, se il corpo con il vegetarismo si disintossica, il sangue che nutre il cervello diventa più puro ed il cervello conseguentemente funziona meglio, manifestando quelle caratteristiche positive accennate all’inizio del precedente stelloncino. A proposito di esempi di noti vegetariani da portare come prova di quanto sopra detto si può facilmente constatare che

GLI UOMINI PIÙ INTELLIGENTI, PIÙ COLTI, PIÙ APERTI, PIÙ TOLLERANTI DEL MONDO, IN TUTTI I TEMPI, SI ANNOVERANO TRA I VEGETARIANI, IN TUTTI I CAMPI DELLO SCIBILE : NELLE SCIENZE, NELLA FILOSOFIA, NELL ‘ ARTE, NELLA LETTERATURA, NELLA MEDICINA, ECC. .

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Ecco qui di seguito un elenco, largamente incompleto, dei più noti e famosi vegetariani che con le loro opere e con i loro esempi hanno dato all’umanità intera delle guide sicure:

ANDERSEN, ARISTOTELE, BACONE, BASSANI, BAYLE, BERNARDIN DE SAINT PIERRE, BOSSUET, BUFFON, BYRON, CALVINO, CAPITINI, CHATEAUBRIAND, CICERONE, CINCINNATO, CUVIER, DARWIN, DIOGENE, DOSTOJEVSKJ, EDISON, EINSTEIN, EMERSON, EPICURO, ERODOTO, ESCHILO, ESIODO, EURIPIDE, FEUERBACH, FLAUBERT, FRANKLlN, FREUD, FROMM, GALENO, GANDHI, GIOVENALE, GOETHE, HUGO, HUXLEY, IPPOCRATE, JUNG, KAFKA, LAMARTINE, LEIBNIZ, LEONARDO, LEVI-STRAUSS, LOCKE, LORENZ, LUCREZIO, MAHLER, MARCOAURELIO, MARCUSE, MARTINETTI, MICHELET, MILTON, MONTAIGNE, MONTESSORI, MORAVIA, MORO T., NEWTON, NIETZCHE, NIJINSKI, ORAZIO, ORIGENE, OVIDIO, PAGANINI, PASCAL, PITAGORA, PLATONE, PLINIO, PLOTINO, PLUTARCO, PORFIRIO, RAMAN, RECLUS, ROUSSEAU, RUSKIN, RUSSELL, SCHOPENHAUER, SCHWEITZER, SHAW, SENECA, SHELLEY, SCHELLING, SIBELIUS, SOCRATE, SOFOCLE, SPENCER, SPINOZA, STUART MILL, SWEDENBORG, TAGORE, TEOFRASTO, TESLA, THOREAU, TIZIANO, TOLSTOI, VAN GOGH, VIRGILIO, VOLTAIRE, WAGNER, WASHINGTON, WEBB, YEUDI MENUHIN, ZAMENHOF, ZENONE

Vediamo ora cosa succede, invece, se il sangue che nutre il cervello vi fa giungere i cataboliti dei cibi di origine animale, specie della carne, e tutte le altre numerose tossine provenienti dai vari tipi di cibo-spazzatura esistenti in commercio .

Succede che la fisiologia cerebrale ne resta influenzata ed il comportamento sarà caratterizzato da intolleranza, tendenza alla tigiosità, aggressività. Al posto dell’amore, l’odio; al posto della convivialità e della unione, la separazione, l’annullamento della socialità, la violenza. L’uomo è cacciato in un feroce individualismo.

È quel che vuole il potere:

DIVIDE ET IMPERA !

Ecco perché il POTERE (che sa manovrare l’arma alimentare in modo da condizionare il comportamento umano e orientarlo nel verso che gli fa più comodo)

FA DI TUTTO PER INDURCI A MANGIARE CIBI MORTI, AVVELENATI E QUINDI INTOSSICANTI.

In quanto alla carne, costituita in sostanza da cadaveri cotti, abbiamo dimostrato che si tratta di un cibo gravemente dannoso per l’uomo; è, pertanto, logico che il potere, invece, ne propugni l’uso, avendo bisogno di creare sudditi ammalati nel fisico e, come s’è detto prima, nella mente.

IL BERSAGLIO È, INFATTI, IN ULTIMA ANALISI, IL CERVELLO, CHE SI VUOLE RENDERE INCAPACE DI CAPIRE.

L’alcool contribuisce notevolmente a tale manipolazione dell’attività del cervello e alla menomazione delle sue capacità cognitive. Giustamente il grande igienista francese Paul Carton qualificò l’alcool “uno dei tre alimenti assassini” (gli altri due sono la carne e lo zucchero industriale). Assunto nelle note forme commerciali (vino, birra, liquori, frutta sotto alcool, aperitivi, digestivi, ecc.) instaura nell’uomo una sorta di passiva e rassegnata accettazione delle strutture sociopolitiche create dal potere, alle quali offre un consenso acritico, reso possibile dall’annullamento delle capacità di autonomia di giudizio.

Tale azione devastante dell’alcool è completata dalle martellanti campagne di disinformazione operata incessantemente dai mass-media (stampa, televisione, radio, ecc.), con l’aiuto di individui prezzolati reclutati per l’occasione nell’ambito della medicina ufficiale, della cosiddetta “scienza dell’alimentazione” e della dietologia.

Basta osservare un ubriaco per comprendere che l’alcool agisce direttamente sul cervello; il potere lo sa ed è perciò che ne favorisce l’uso.

AVETE MAI VISTO UN DIVIETO DI ACQUISTO DI ALCOOLICI?: NON LO VEDRETE MAI!

La maggior parte della viticultura è finalizzata alla vinificazione di quello splendido frutto che è l’uva. Così, si possono acquistare liberamente ettolitri di vini e liquori, mentre, se è lo Stato si comportasse come “un buon padre” , dovrebbe tutelare la salute di tutti i cittadini suoi figli proibendo l’uso di questo veleno.

L’ALCOOL E’ LA DROGA DI STATO!

Nel maggio del 1982 fece molto scalpore la pubblicazione, sull’edizione italiana di “The Practitioner” (ma, dopo poco, anche su “Farmacia” n. 3 -1982), di un coraggioso rapporto, lungo e dettagliato, del prof. Alberto Madeddu, primario psichiatra nell’Ospedale provinciale Antonini di Limbiate, dal titolo esplosivo ” Alcool, la droga con il contrassegno di Stato”. Di tale rapporto, fra le impressionanti descrizioni degli effetti della droga alcool, ci limitiamo, per ragioni di spazio, a riferire la seguente importante affermazione: “Mentre la stampa dedica ampio spazio ad alcune centinaia di morti per eroina, più di 10.000 persone muoiono per alcool, nel silenzio generalizzato. Aggiungiamo che il n. 14 de “Il medico d’italia” (aprile 1985) informava che “nel 1984 l’alcool ha ucciso in Italia 10.450 persone mentre le droghe cosiddette pesanti avevano fatto 385 vittime”; e concludeva “L’alcool rimane un temibile killer”.

Di tanto in tanto alcune voci oneste si levano coraggiosamente per denunciare i tremendi effetti dell’alcool ed abbiamo prima citato una di queste voci, il prof. Madeddu.

Ultimamente però (novembre 1994) l’OMS, in un durissimo comunicato emesso a Ginevra, si è pronunciata “anche contro un uso moderato di alcool” smentendo così le teorie che ne sdrammatizzavano gli effetti sulla salute.

L’ALCOOL, DUNQUE, SI PALESA ED AGISCE IN PRATICA INDUBBIAMENTE COME UN POTENTE ALLEATO DEL POTERE.

In conclusione, mentre il vegetarismo favorisce (e lo abbiamo comprovato con il nutrito elenco di grandi vegetariani) le più eccelse facoltà cognitive, i carnami e gli altri cibi intossicanti deprimono tali attività cognitive, esaltando comportamenti dannosi all’individuo e alla società, ottunde i cervelli e li massifica a beneficio del potere, che ha interesse ad avere sudditi rassegnati, ammalati e tenuti accuratamente all’oscuro della nocività della carne.

Per avere tale tipo di sudditi occorre manipolare la loro alimentazione, in combutta con altre forze oscurantiste, che predicano anch’esse la rassegnazione (e pure I’antropocentrismo, che in fin dei conti giustifica il carnivorismo).

A conclusione dei precedenti stelloncini di questo sottocapitolo possiamo con sicurezza affermare che

TRA CORPO E MENTE ESISTONO LEGAMI MOLTO STRETTI SUI QUALI ESERCITA UNA DECISA INFLUENZA LA QUALITA’ DELLA NOSTRA ALIMENTAZIONE.

Detto questo, bisogna però anche ammettere che, nonostante tali innegabili connessioni, è difficile, se non impossibile, tracciare una netta linea di demarcazione tra corpo e psiche. Ma, a parte gli effetti prima descritti, oggi la neurobiologia e la chimica dei neurotrasmettitori ci danno la possibilità di spiegare la fisiologia dei meccanismi biochimici che presiedono all’instaurarsi di determinati comportamenti e non di altri.

QUESTO CI CONSENTE DI OPERARE CON SICUREZZA SCELTE CONSAPEVOLI TRA I CIBI A NOSTRA DISPOSIZIONE PRIVILEGIANDO ALCUNI ED EVITANDO ALTRI.

Non si può non accennare ora ad alcune nozioni fondamentali di anatomia e fisiologia della cellula cerebrale, che si differenzia dalla maggior parte delle altre cellule del nostro corpo in quanto essa può, a mezzo di particolari ramificazioni, comunicare con gli altri neuroni utilizzando dei punti di giunzione tra due neuroni chiamati “sinapsi”. Tale comunicazione avviene grazie ad un composto chimico che, appunto per tale sua funzione, è chiamato “neurotrasmettitore”. Questo neurotrasmettitore “trasmette” da una cellula all’altra dei “messaggi”, attivando un “recettore” specifico situato sulla membrana della cellula successiva.

Tenendo presenti queste succinte notizie di base, passiamo a dare sinteticamente alcune informazioni, limitatamente a quelle che permettono di orientarsi, sia pure genericamente, nella scelta dei vari cibi; ovviamente esula dai compiti del presente lavoro la trattazione particolare dei complicati meccanismi biologici cerebrali, peraltro estremamente importanti per la psicofarmacologia, dei quali quindi non parliamo, rimandando il lettore che volesse approfondire tale settore a lavori più ampi o specifici (consigliamo: Alberto Lodispoto -Medicina somato-psichica -ediz. Mediterranee -Roma).

Una considerazione preliminare: il cervello funziona osservando leggi biochimiche e attività fisiologiche non dissimili da quelle dell’uomo dell’età della pietra fissate da migliaia e migliaia di anni.

L’energia necessaria all’attività dei 100 miliardi di cellule mediamente presenti nel cervello umano è fornita infatti da circa 200 grammi quotidiani di glucosio, combustibile ricavabile solo dagli alimenti di origine vegetale (unica eccezione il latte, che lo contiene, combinato con il galattosio, nel disaccaride lattosio; l’enzima “lattasi”, come già detto in altro punto del volume, scinderà, poi, per idrolisi, il lattosio in una molecola di glucosio ed in una di galattosio).

La indispensabilità del glucosio (e quindi di una alimentazione essenzialmente di natura vegetale) per la funzionalità del cervello è comprovata dallo stato di anormalità che si verifica quando la quantità del glucosio ematico diventa deficitaria (il classico “calo degli zuccheri” , che tutti constatiamo e che arriva attorno alle ore 18), anormalità che si manifesta solitamente con i seguenti sintomi:

  1. l’attività cerebrale diviene palesemente debole
  2. la vita emozionale sembra spegnersi
  3. si avverte un certo disagio psichico
  4. sorge la sensazione di fame

Quanto sopra fa capire la grande convenienza nutrizionale della assunzione, con una certa continuità, di:

  • monsaccaridi (zuccheri della frutta, prevalentemente glucosio e fruttosio) o/e
  • disaccaridi (lattosio, maltosio, saccarosio, ecc.) o/e
  • polisaccaridi (amido dei cereali, delle patate, di alcuni frutti e radici. ecc.)

(Il saccarosio (C12 H22 O11) è quel noto prodotto commerciale usato comc dolcifìcante ottenuto dalla canna da zucchero o dalla barbabietola. Si trova però, in natura, anche in alcuni frutti, ai quali conferisce il sapore dolce in concorso con il glucosio ed il fruttosio, compresenti. Esiste tuttavia qualche frutto il cui sapore dolce è dovuto unicamente al saccarosio; ad esempio, l’ananas: 10 grammi di saccarosio in 100 grammi di parte edibile).

Sia i disaccaridi che i polisaccaridi, poi, daranno sempre glucosio alla fine della loro digestione (operata dai fermenti amilolitici esistenti nei vari distretti dell’apparato digerente); sono anch ‘essi, quindi, fonte di energia (resa: 4 kcal/g) e, pertanto, producono pure risparmio di proteine. E’ bene però che specialmente la assunzione dei polisaccaridi avvenga a dosi piccole e ripetute, in modo da assicurare una adeguata costanza di velocità nel lento rilascio di glucosio: tale rilascio “continuo ” permetterebbe un auspicabile e parallelo “continuun ” anche della resa cerebrale.

Ecco, quindi, l’antifisiologicità del mangiare ad ore fisse: autentica assurdità cui sono soggetti oggi pressochè tutti i lavoratori, ai quali il datore di lavoro (anche lo Stato! ) lascia solo pochi minuti da dedicare sveltamente al pasto per riprendere poi a lavorare subito dopo. Sarebbe invece necessario mangiare con calma, effettuando una lunga ed accurata masticazione (“prima digestio fit in ore”) che consenta alla ptialina, fermento amilobiotico della saliva, di agire specie sui polisaccaridi iniziando chimicamente la loro demolizione.

Riteniamo utile aggiungere i seguenti altri dati e considerazioni riguardanti il cervello umano, che è l’organo-principe del nostro corpo:

  1. consuma il 20% dell’ossigeno assorbito e trasportato dalle apposite cellule, superspecializzate, del sangue, cioè dai globuli rossi. Da notare che tra i cervelli dei vertebrati quello umano ha di gran lunga il primato (prima quantificato) del consumo di ossigeno; i cervelli degli altri vertebrati consumano in media dal 2% sino al massimo dell’8% dell’ossigeno fissato dai globuli rossi
  2. è attraversato, in 24 ore, da circa 2160 litri di sangue, pari a circa 40 volte la massa totale del sangue stesso
  3. 100 grammi di cervello assorbono da 600 a 800 cm3 di ossigeno al minuto
  4. i 3 dati prima riportati ci fanno comprendere la grande importanza che, per una buona funzionalità del cervello, ha una corretta e profonda respirazione (che deve mobilitare, oltre alle costole, anche -e soprattutto- il diaframma); condizione indispensabile per potere assorbire l’ossigeno in quantità sufficiente a soddisfare anche le esigenze di ossigenazione del cervello
  5. Il cervello ha una “fame” talmente grande di ossigeno che le cellule nervose, dopo un arresto dell’attività cardiaca e respiratoria, restano in vita solo per 2 o 3 minuti; quindi i tentativi di rianimazione debbono essere esperiti entro questo breve lasso di tempo, oltrepassato il quale l’attività nervosa superiore risulta irrimediabilmente compromessa, anche se poi vengono ripristinate le attività respiratoria e circolatoria. Si può quindi dire che il cervello è un motore che va “a zucchero” ma va anche “ad “ossigeno”.
  6. I rapporti tra attività cerebrale e vitalità generale sono stati studiati soprattutto da C.Coltman (neurobiologo dell’Università della California), Z.Khachaturian (del dipartimento di neuroscienza e neuropsicologia dell’apprendimento), dagli psicologi H. Weingarthner (specialista per i problemi dell’invecchiamento) e J.Fozard; questi quattro studiosi, a conclusione di lunghe indagini e ricerche, affermano concordemente che il lavoro espletato dal cervello in età avanzata influisce positivamente in quanto aumenta la salute fisica generale, la vitalità e l’aspettativa di vita, ingenerando ottimismo, fiducia in sè stessi e autostima.

Commentiamo questo invito a tener desta l’attività del cervello ricordando che, dato che per essere attivi bisogna aver voglia di aumentare le proprie conoscenze, occorre dare davvero ragione a Ronald Graham il quale diceva: “Se si smette di imparare si incomincia a morire! “

Abbiamo detto prima che il cervello umano è un motore che va a zucchero, in particolare a glucosio; aggiungiamo ora che la fisiologia cerebrale deve fare i conti con diversi neurotrasmettitori che agiscono sulla cellula nervosa facilitando o impedendo la trasmissione, oppure agendo da “modulatori”. I più importanti neurotrasmettitori sono: la noradrenalina, il triptofano, l’acetilcolina, la dopamina, la serotonina, l’acido gamma-aminobutirrico (in sigla, GABA), la glicina, la istamina, la tirosina.

Alcuni di questi neurotrasmettitori sono particolarmente importanti perché influenzano in modo notevole il comportamento qualora si inseriscano nella propria dieta dei cibi che ne provocano la formazione partendo da specifici aminoacidi. In particolare, nel cervello l’aminoacido triptofano si converte in serotonina, fatto che si esprime dicendo che “il triptofano è un precursore della serotonina”.

Occorre precisare che il triptofano si converte in serotonina con l’intermediazione di un enzima che esercita azione catalitica e che si chiama triptofano-idrossilasi (o idrossitriptofano).

Il triptofano, però, essendo un aminoacido “essenziale”, e fornito dal cibo essendo presente in molti alimenti di origine animale e vegetale. Peraltro la trasformazione del triptofano in serotonina avviene velocemente: inizia, infatti, appena un’ora dopo un pasto ricco di carboidrati, composti di esclusiva origine vegetale (zuccheri in genere, in particolare fruttosio e glucosio; destrina; amidi; frutta zuccherina, soprattutto). Il glicogeno, comunemente considerato “amido animale”, non ha rilevanza nutrizionale e, come il collagene, non influisce sulla formazione di serotonina.

II triptofano si trova, come già detto, anche nel mondo vegetale, non solo nei semi (specie nei semi delle leguminose) ma anche negli ortaggi e nella frutta. Portiamo alcuni esempi (i contenuti in triptofano sono espressi in mg in 100 g di parte edibile): lattuga 16, funghi porcini 38, patata 28, cavolo cappuccio 22, spinaci 53, carciofo 17, zucchina 17, banana 14, pesca 4, uva 3, fico 53, mango 119, arancia 44, kaki 110, pera 51, mela 58. Il triptofano è poi abbondante nei semi di arachidi, noci, nocciole, mandorle, ecc.. Se si assumono questi alimenti, si produce nel cervello il neuro-trasmettitore serotonina, che svolge le seguenti importanti azioni: favorisce il sonno, dà una sensazione di soddisfazione e di sazietà, induce alla socievolezza, innalza la soglia del dolore, attivizza le encefaline, agevola il superamento sia degli stati d’ansia e di depressione che di quelli caratterizzati da agitazione, permette di controllare il desiderio smodato di dolci.

Come si vede, la serotonina è ampiamente coinvolta nella determinazione del comportamento. in senso completamente positivo, anche perché provoca sensazione di rilassamento e di calma interiore.

Tra i neurotrasmettitori spiccano, per importanza, anche la tirosina e la colina, che è precursore della acetilcolina.

In conclusione si può affermare:

  • che i cibi animali ad alto contenuto proteico (come la carne -compresa quella di pesce-, i derivati del latte, le uova), essendo ricchi, come già si disse, di fenilalanina e di tirosina, stimolano due neurotrasmettitori, la dopamina e la norepinefrina, che provocano un COMPORTAMENTO ENERGICO, AGGRESSIVO E VIOLENTO.
  • che, invece, i cibi di origine vegetale, identificabili nei carboidrati, sono in relazione con l’attività del neurotrasmettitore serotonina che, attraverso sensazioni di rilassamento e di calma, provoca un COMPORTAMENTO PACIFICO.
  • che la concentrazione di triptofano che entra nel cervello e della serotonina che viene prodottà è maggiore se si mangiano carboidrati, confermando così che i VEGETALI FAVORISCONO SICURAMENTE LA FORMAZIONE DI SEROTONINA.

I tre punti sopra citati sono le conclusioni alle quali sono giunti molti ricercatori; recentemente sono stati confermati dalla Majo Foundation for Medical Education and Research, Rochester, Minnesota, USA.

Ci piace riportare anche quanto, a proposito dell’antagonismo dei due comportamenti, sopra riportati, indotti dai neurotrasmettitori, dice Pier Luigi Rossi, medico, specialista in scienza dell’alimentazione, Primario Unità operativa di medicina e pediatria di base (da “II giornale della natura”):

“II triptofano, la cui presenza nel cervello è legata al tipo di dieta seguita, genera la serotonina, il neurotrasmettitore della gioia, della serenità, del gioco. La serotonina contribuisce a far emergere una sessualità ludica, una sensazione di appagante soddisfazione, un sonno profondo, una sazietà da cibo veloce, lo sviluppo di legami sociali, parentali e di solidarietà. Insomma

LA SEROTONINA SEMBRA ESSERE UNA MOLECOLA CHIMICA NATURALE CHE PUO’ AVVICINARE L’UOMO ALLA FELICITÀ .

Gli alimenti vegetali, essendo ricchi di amido e fibra – continua il dott. Rossi, con il suo stile brillante ma sempre rigorosamente scientifico –

INFLUENZANO LA CONCENTRAZIONE DI TRIPTOFANO NEL CERVELLO, AUMENTANDONE LA DISPONIBILITÀA ESSERE TRASFORMATO IN SEROTONINA.

Un pasto proteico di origine animale (carni, formaggi o salumi) riduce, invece, la presenza di triptofano nel cervello.

QUESTA CONDIZIONE DETERMINA UNO STATO DI AGGRESSIVITÀ, DEPRESSIONE, ANSIA, PROPENSIONE ALLA LOTTA.

Un quotidiano eccesso proteico può influenzare la funzione del cervello apportando una forte presenza di tirosina, dopamina, noradrenalina e una marcata carenza di triptofano e serotonina.

QUESTO PORTA, NEL LUNGO PERIODO, A UNA “SCONFITTA” PSICOLOGICA E FISICA. IL CORPO UMANO NON PUO’ ESSERE VIOLENTATO DALLA CULTURA E DAL DENARO. ESSO RISPONDE A LEGGI FISIOLOGICHE E BIOCHIMICHE FORMATESI DURANTE IL MILLENARIO PROCESSO EVOLUTIVO”.

Così Rossi, il quale ha ribadito sinteticamente tale sua opinione in proposito (“La Repubblica” -9.5.1996) : “Il pensiero, l’amore, il piacere, la memoria sono generati da reazioni biochimiche cerebrali dipendenti da nutrienti alimentari: la scelta degli alimenti influenza i comportamenti e le emozioni quotidiane”. Quanto è stato sin qui esposto a proposito del triptofano e della serotonina ha trovato piena conferma SPERIMENTALE da parte di John Fernstrom e Richard Wurthman, biologi del Dipartimento della nutrizione e delle scienze alimentari al Massachusetts Institute of Technology.

Riteniamo di aver sin qui dimostrato sufficientemente che l’alimentazione influisce decisamente sulla psiche e sul comportamento umano: in senso positivo se si tratta di alimentazione vegetariana e in senso negativo se, invece, nella dieta prevalgono le proteine animali e in particolare la carne.

Si tratta di “conquiste” scientifiche di enorme rilievo culturale perché dimostrano che,

OPERANDO OCULATE SCELTE NEI CIBI, POSSIAMO CONSAPEVOLMENTE ORIENTARE I NOSTRI COMPORTAMENTI IN SENSO FAVOREVOLE AD UN REALE PROGRESSO DELL’UMANITA’ ANCHE SUL PIANO SOCIALE, ELIMINANDO L’AGGRESSIVITA’ E LA VIOLENZA SIA INTERSPECIFICA CHE INTRASPECIFICA.

Tuttavia, nonostante la ottimistica conclusione del precedente stelloncino, si sta verificando, anche nel campo delle entusiasmanti scoperte della neurobiologia prima illustrate, quello che è avvenuto, purtroppo, in altri casi consimili: e cioè che scoperte scientifiche innovative sono state considerate “utili occasioni” per imbastire speculazioni commerciali da parte di imprenditori senza scrupoli dell’industria farmaceutica. Riferendoci in particolare al caso che ci riguarda (scoperte neurobiologiche), sono state immesse sul mercato farmacologico dei “neurococktail”, miscugli di aminoacidi, ormoni e neurotrasmettitori, contenenti anche fruttosio, sali vari e succhi di frutta. Tali intrugli, che, lanciati negli USA, hanno già invaso l’Europa, sono noti come “smart drinks” (“bevande di energia”) e riscuotono un gran successo tra i giovani; i diversi tipi di queste bevande hanno nomi di fantasia che suggestionano e inducono al loro acquisto.

Così, si trova il “Sorgi e brilla”, una dose del quale contiene ben 500 milligrammi dell’aminoacido fenilalanina. E poi ancora il “Fast blast” (scoppio veloce), il “Power maker” (generatore di potenza), l'”lnferno taurino”, ecc..

Indubbiamente tali pozioni sono dannose alla salute; soprattutto dei giovani, i quali sono attratti dalla propaganda che accompagna questo smercio e che fa credere in effetti-bomba: ad esempio, ci sono bevande che promettono meraviglie, come la “Memory fuel” (benzina per la memoria) contenente colina per la produzione del neurotrasmettitore acetilcolina, la “Brain boost” (carburante per il cervello), miscuglio di colina, fenilanina e caffeina. Alcune di queste pozioni hanno provocato morti; una di tali bevande, a base di dosi massicce di triptofano, avendo provocato ben 28 morti, ha dovuto essere ritirata dal commercio. In media le dosi di questi intrugli costano circa tre dollari l’una.

Cosa fa la Fda (Food and drug administration) che dovrebbe controllare, per obbligo istituzionale, i cibi ed i farmaci? Ufficialmente si oppone alla diffusione di questi prodotti dannosi, ma sul piano pratico afferma che non riesce a bloccare il loro commercio in quanto ormai “il loro uso è molto diffuso” (!).

Per fortuna, in Italia di questi intrugli di neurotrasmettitori ancora non esiste un mercato preoccupante; così assicura l’Istituto Superiore della Sanità. In cambio circolano il “crack”, però, ed altre pericolosissime “bombe” distruttive.

La serotonina che, come il lettore avrà capito, riveste una particolare importanza avendo la particolare capacità di produrre sonno, soprattutto senza sogni, si è meritato giustamente l’appellativo di “sonnotonina”.

Il prof. Roberto Paoletti, direttore dell’Istituto di scienze farmacologiche dell’ Università di Milano e Presidente della “Nutrition Foundation of Italy” ha sottolineato gli importanti legami tra dieta e cervello: tutti sanno che talune patologie psichiche provocano condotte alimentari alterate (ad esempio, bulimia ed anoressia nervosa), ma è anche vero il contrario e che cioè

LA DIETA INFLUENZA L’ATTIVITA’ PSICHICA.

Si possono elencare con sicurezza almeno sei neurotrasmettitori la cui concentrazione può essere influenzata

MANIPOLANDO L’ASSUNZIONE ALIMENTARE DEI LORO PRECURSORI.

Ad es., il triptofano, precursore della serotonina, assunto con i cibi, regola la quantità della serotonina nel nostro cervello;

SE VIENE RIDOTTA LA QUANTITA’ DI SEROTONINA, AUMENTA L’AGGRESSIVITA’, DIMINUISCE IL SONNO E SI INSTAURA UNO STATO DEPRESSIVO.

Il prof. Levi, Presidente della Società italiana di neuroscienze, afferma che dal 1973 circa si assiste ad uno sconvolgimento del tradizionale paesaggio biomedico, soprattutto con le sorprendenti scoperte dei neurotrasmettitori e dei precursori. Ma anche la chimica relativa all’attività della cellula nervosa ha fatto passi da gigante; per esempio, si sa che il cervello è l’organo a più alto metabolismo, utilizzando, infatti da solo, l’80% del glucosio prodotto dall’organismo, cioè circa 200 grammi al giorno, come già s’è detto .

È necessario, ora, accennare brevemente ad un importante fenomeno che, benchè del tutto fisiologico, deve essere considerato -giacché tale sembra- un “fenomeno paradosso”. Consumando un pasto ricco di carne o di uova o di latticini (alimenti ricchi di triptofano) ci si dovrebbe attendere, dato quanto si è detto prima, che tale aminoacido si trasformi nel neurotrasmettitore serotonina. Ma abbiamo affermato nel contempo (e sembra una contraddizione) che l’alimento iperproteico “carne” crea aggressività e che invece, la serotonina è foriera del comportamento opposto, pacifico, rilassante e interiormente calmo. Come è possibile conciliare le due affermazioni ? La realtà è che il triptofano della carne e degli altri cibi iperproteici invece di incrementare nel cervello la serotonina vi provocano la sua diminuzione. Ecco cosa avviene: dopo una abbondante ingestione di carne è vero che aumenta nel sangue il triptofano, ma è anche vero che aumentano, nel contempo, anche altri due amino acidi e cioè la leucina e la tirosina, IN MISURA MAGGIORE DEL TRIPTOFANO, per cui essi impegnano prioritariamente i meccanismi di trasporto degli aminoacidi, a detrimento del triptofano. Di conseguenza il triptofano giunge al cervello in dosi molto basse provocando indirettamente una relativa diminuzione della serotonina e questo fatto provoca un comportamento aggressivo e violento.

QUESTO E’ L’AUTENTICO MECCANISMO DELLA GENESI DEL COMPORTAMENTO AGGRESSIVO DOVUTO AL RICORSO ALLE PROTEINE ANIMALI.

Ma allora, dato che modificando l’alimentazione si può influire sul comportamento umano, è forse errato affermare che l’aggressività è insita nella natura umana?. Sì, è errato.

Il più mansueto degli erbivori, se viene minacciato seriamente nella sua esistenza, certamente reagirà (costrettovi, guidato dall’istinto della sopravvivenza insito in ogni animale) e cercherà di opporsi, se a ciò non basta l’allontanamento o la fuga, anche con la violenza, ad una violenza che gli si vuole esercitare. Prendiamo esempio da quel che avviene in una corrida, durante la quale il toro, in extremis, duramente e ciecamente colpito, senza ragione, dal torero, reagisce per legittima difesa, cercando di colpire chi sta minacciando la sua esistenza. Ovviamente, questa del toro non è aggressività “innata”.

E nell’uomo? Se fosse vero che l’aggressività è insita nella natura umana sarebbe vanificato tutto quello che sinora abbiamo detto; ma non è vero, giacché nessuno nasce aggressivo e cattivo, ma può diventarlo -e lo abbiamo dimostrato- anche con l’alimentazione.

Orbene, anche l’antropologia così come la scienza moderna dell’alimentazione, che utilizza le scoperte della neurobiologia -afferma, sia pure con altre considerazioni, che condividiamo, le stesse cose. Riteniamo opportuno pertanto, esporre quello che a tal proposito afferma il noto antropologo prof. Luigi Lombardi Satriani in risposta alla domanda se l’aggressività è innata o è indotta dall’ ambiente. “È un alibi -risponde Satriani- rinviare l’aggressività alla natura; un alibi che la nostra società cerca di fornire a sè stessa per scaricarsi di molte responsabilità. In realtà, nessun uomo nasce “cattivo”. Se così fosse, l’aggressività sarebbe universale, cosa che la ricerca antropologica smentisce. Sono esistite ed esistono ancora società che hanno sviluppato culture assolutamente non violente. Sono sempre più rare e bisogna cercarle fra i popoli che non hanno avuto troppi contatti con la cosiddetta civiltà moderna e con i suoi valori. Per esempio, certe tribù dell’Africa o gruppi di Indios del Brasile nord-occidentale o gli Indios Piaroa in Venezuela, hanno saputo costruire una società molto pacifica, volta alla cooperazione. Non c’è traccia di aggressività nell’educazione dei loro bambini e i giuochi infantili rispecchiano l’equilibrio del sistema; sono fatti di danze, canti, amore. L’odio è sconosciuto.”

ED È ORMAI RISAPUTO CHE QUESTE POPOLAZIONI SONO VEGETARIANE: QUALE MIGLIORE CONFERMA CHE L’ALIMENTAZIONE FORGIA ANCHE IL COMPORTAMENTO?

Sono stati soprattutto gli studi di Yudhit e Richard Wurthman (già citato) a dare validità scientifica alla influenza dell’alimentazione sul comportamento umano e alla applicazione in farmacologia dei risultati dei loro studi. Oggi, i farmaci che provocano una diminuzione dell’attività del neurotrasmettitore dopamina sono usati per curare le psicosi ; mentre i farmaci che stimolano la sintesi dell’ adrenalina hanno un effetto antidepressivo. Ancora, dosi farmacologiche di triptofano e di colina (aminoacido necessario, come precursore, alla sintesi del neurotrasmettitore acetilcolina) sono impiegate nel trattamento della depressione e dell’insonnia. La colina è usata nella cura della discinesia, malattia simile al morbo di Parkinson.

Il dott. Ivan Goldberg, del New York Institute of Psychopharmacology, specialista nella terapia della depressione, ha dimostrato che i depressi (che lui chiama “i diseredati della speranza”) accusano una quasi totale assenza di noradrenalina, neurotrasmettitore che infonde fiducia, entusiasmo, vittoria. Lo ha constatato esaminando le loro urine, dove non ha riscontrato traccia del metabolita della noradrenalina, la cui assenza in origine è, così, dimostrata. Ebbene, afferma il dott. Goldberg, dando ogni mattina a costoro 100 mg di L-tirosina, che è il precursore della noradrenalina, si ottiene una vera e propria “resurrezione” del depresso, nel quale vengono colmati il vuoto della mente e le lacune della speranza.

Ci piace ricordare che Pitagora, pur non sapendo nulla di biochimica del cervello, rifiutava di mangiare carne sia per motivi etici sia per allontanare le pulsioni violente e conservare la serenità d’animo che lui prediligeva; la stessa astensione viene praticata da monaci buddisti e da yogi indiani, dediti alla vita meditativa. Per costoro, la carne provoca angoscia e agitazione ed è quindi da bandire.

Al contrario, l’alimentazione ricca di carne è utilizzata in situazioni particolari in parte già ricordate; sono quelle situazioni che si basano sulla valorizzazione della forza fisica, dell’azione violenta, forse un triste retaggio, duro a morire, dei nostri tempi preistorici, quando l’uomo fu cacciatore per necessità. Ne va dimenticato che i potenti ci tenevano a manifestare la loro pretesa superiorità con un carnivorismo convinto, in quanto, secondo loro, la carne, simbolo alimentare della violenza, costituire l’irrinunciabile distintivo dei forti.

Del resto, simbologia a parte, per mangiare carne occorre che in precedenza ci sia stato un atto violento culminato nell’uccisione dell’animale che ha fornito quella carne; chi ha esercitato quella violenza è risultato vincitore e l’animale ucciso è stata la vittima, il vinto.

Pertanto, essendo

IL CONSUMO DI CARNE BASATO SU UN ASSASSINIO, TALE CONSUMO NON PUO’ CHE ESSERE ASSOCIATO ALLA VIOLENZA E ALLA FORZA BRUTA. AL CONTRARIO, IL VEGETARISMO RICHIAMA LA STABILITÀ , LA TRANQUILLITÀ, LA SERENITÀ DEL MONDO VEGETALE CHE, NELLA SUA POSSENTE IMMOBlLITÁ, TRAE DALLA TERRA VITA E FORZA PER FARNE DONO ALL’UMANITÀ.

Oggi la neurobiologia, della quale ci siamo occupati nei precedenti stelloncini, consente di interpretare scientificamente pulsioni ed effetti di diete orientate in direzioni diverse e di proporre utili correttivi ai comportamenti che ne derivano.

Neurotrasmettitori come la noradrenalina e la serotonina sono protagonisti di primo piano nella determinazione del nostro comportamento ed abbiamo cercato di dimostrarlo.

Ma la neurobiologia non finisce più di sorprenderci giacché gli studi relativi sono alquanto recenti e continuano con nuove, molteplici ed interessanti rivelazioni, che si succedono rapidamente e alle quali si stenta a tener dietro.

Si è scoperto, per esempio, che alcune molecole di cui il cervello si serve per comunicare (per questa ragione si chiamano “neurotrasmettitori”) funzionano invece come ormoni quando agiscono in un altro organo; la stessa cosa si può dire di alcuni prodotti del sistema immunitario, come la interleuchina-6.

La più recente scoperta riguardante il campo d’azione dei neurotrasmettitori ci viene (“Corriere della sera” del 12/12/1994) dall’Università di Harvard, dove il prof. Michel Arold e l’ equipe dei suoi collaboratori sono riusciti finalmente a dare una soddisfacente risposta scientifica alla seguente questione. Tutti sanno che il caffé é una bevanda eccitante, da evitare la sera tardi perché generalmente la caffeina contenuta provoca insonnia. E’ tuttavia noto che alcune persone prendono il caffè, invece, proprio per addormentarsi. II quesito era: per queste persone come mai il caffé agisce da sonnifero e non da eccitante?

Orbene, Arold ha qimostrato che ciò è dovuto al fatto che

IL CAFFÈ ACCENTUA LA LIBERAZIONE NEL CERVELLO DEL NEUROTRASMETTITORE SEROTONINA, CHE INDUCE IL SONNO.

Chissà quante altre questioni di fisiologia e di parafisiologia rimaste sinora senza risposta verranno spiegate proprio dalla neurobiologia!

A conferma di quanto fin qui detto deve essere segnalato l’esito di una indagine sulle conseguenze dell’uso congiunto di carne e zucchero industriale (citiamo il caso che più frequentemente occorre: hamburger, bevande dolci e snacks), comunemente praticato da moltissimi giovani americani. Ebbene, il comportamento di tali giovani è soggetto ad alterazioni caratterizzate da instabilità e da aggressività. Questa sindrome è stata chiamata “Young food disease”, cioè sindrome dei ‘cibi di scarto per giovani”.

Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

L’effetto delle Proteine della Carne sul Comportamento Umano, a cura del Prof. Armando D’Elia

L’effetto delle Proteine della Carne sul Comportamento Umano

Prof. Armando D’Elia – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Sesto Congresso Vegetariano Europeo – Bussolengo, Italia, 21-26 Settembre 1997

Prof. Armando D’Elia

Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana (Comitato Scientifico AVI)

Moltissimi sono gli animali che forniscono all’uomo le proteine della loro carne a scopo alimentare. Tali proteine creano indubbiamente nell’uomo aggressività, violenza, odio e insensibilità morale: si può pertanto affermare che la carne influisce negativamente sul comportamento umano. Al contrario, il vegetariano crea le basi per un atteggiamento caratterizzato da tolleranza, mitezza, socievolezza e condivisione. Oggi, le affermazioni e le intuizioni di grandi uomini contrarie al ricorso alle proteine della carne possono avvalersi anche della chimica dei neurotrasmettitori e della neurobiologia, discipline scientifiche che spiegano come, e per effetto di quali alimenti, si creano determinati comportamenti nell’uomo. Conseguentemente, noi possiamo oggi operare con accresciuta sicurezza delle scelte consapevoli tra i vari cibi, preferendo alcuni ed evitando altri. Occorre, fra l’altro, respingere l’affermazione che la violenza é insita nella natura umana: nessuno nasce aggressivo e cattivo, ma può diventarlo con l’alimentazione carnea.

Conseguenze delle proteine della carne sul comportamento umano

Le proteine animali indicate commercialmente come “carne” sono quelle del tessuto muscolare di vertebrati terricoli i cui cadaveri l’uomo utilizza a scopo alimentare. In particolare si tratta di bovini: (bue, bufalo, bisonte); cervo, capriolo, daino, renna; cammello, alce, dromedario; capra, pecora; asino, cavallo; lepre, coniglio; riccio di terra, ippopotamo, canguro, suini (maiale, cinghiale, ecc.). L’uomo utilizza, a scopo alimentare, anche la “carne” di vertebrati non terricoli: quelle dei pesci (il pesce, non dimentichiamo, é “carne di pesce”) e di altri animali acquatici (balena, rana), nonché le carni di uccelli (pollame, anatra, tacchino, struzzo, cacciagione varia). Ma l’uomo che mangia carne infierisce, uccidendoli e poi mangiandoli, su molti animali invertebrati, come: molluschi (polpo, seppia, calamaro, patella, chiocciola, ostrica, mitilo, dattero di mare, cardio, manicaio, cappa lunga, folode, sigaro di mare, vongola). Crostacei (gambero di fiume, gambero di mare, aragosta, scampo, gammano, granchio di mare, cancro, squilla, mala, grancevola). Echinodermi (riccio di mare, trepang-oloturia).

Le proteine animali indicate commercialmente come “carne” sono quelle del tessuto muscolare di vertebrati terricoli i cui cadaveri l’uomo utilizza a scopo alimentare. In particolare si tratta di bovini: (bue, bufalo, bisonte); cervo, capriolo, daino, renna; cammello, alce, dromedario; capra, pecora; asino, cavallo; lepre, coniglio; riccio di terra, ippopotamo, canguro, suini (maiale, cinghiale, ecc.). L’uomo utilizza, a scopo alimentare, anche la “carne” di vertebrati non terricoli: quelle dei pesci (il pesce, non dimentichiamo, é “carne di pesce”) e di altri animali acquatici (balena, rana), nonché le carni di uccelli (pollame, anatra, tacchino, struzzo, cacciagione varia). Ma l’uomo che mangia carne infierisce, uccidendoli e poi mangiandoli, su molti animali invertebrati, come: molluschi (polpo, seppia, calamaro, patella, chiocciola, ostrica, mitilo, dattero di mare, cardio, manicaio, cappa lunga, folode, sigaro di mare, vongola). Crostacei (gambero di fiume, gambero di mare, aragosta, scampo, gammano, granchio di mare, cancro, squilla, mala, grancevola). Echinodermi (riccio di mare, trepang-oloturia). Tale prelievo di proteine dal mondo animale costituisce una autentica carneficina, che non solo non è necessaria, non solo è eticamente riprovevole, ma che é anche apportatrice di stati patologici fisici, dovuti alla conseguente tossiemia (sino al cancro) e psichici (a causa dell’aggressività che induce nel comportamento). Di solito si intende per “carne” il tessuto muscolare (sempre contenente dei grassi “saturi”, cioè della peggiore qualità). Ma mangia carne anche chi mangia il fegato o le cosiddette “animelle” (pancreas, timo e ghiandole salivari) o il rene (rognone) o il cervello, organi non costituiti da tessuto muscolare; così pure mangia carne chi mangia la cosiddetta “trippa” (che è una parte del complesso stomaco dei ruminanti), oppure gli “insaccati”, come la coppa, il cotechino, la mortadella, il prosciutto, il salame, i1 würstel, lo zampone, ecc. Così ancora, mangia carne chi consuma la lingua o i muscoli della coda di bovini, oppure salciccia o bresaola o pancetta, ecc. E mangia carne anche chi mangia il caviale, la bottarga o (come in Cina) la carne di cane, o la cosiddetta “corata” o la “pagliata”.

Insomma, uno spaventoso massacro, un autentico grande olocausto

Questo immane prelievo, a scopo alimentare, di proteine dal mondo animale influisce profondamente sul comportamento umano. In linea generale, in condizioni di vita naturale, gli animali carnivori sono feroci e aggressivi, mentre quelli non carnivori sono pacifici e socievoli. Un’altra facile constatazione: la graduale riduzione dell’aggressività dell’uomo a misura che esso passa da una dieta comprendente molta carne a una dieta che esclude i cibi iperproteici e in particolare la carne. È noto anche che i cani, sebbene in natura siano carnivori, se si vuole che montino con efficacia la guardia e aggrediscano persone a loro sconosciute, debbono essere alimentati con razioni di carne superiori al normale. Analogamente, se si vuole, in tempo di guerra, impiegare degli uomini in azioni belliche molto rischiose, occorre dar loro abbondanti razioni di carne, utilizzata come una droga atta a sviluppare aggressività, violenza e insensibilità morale; nell’Iliade di Omero si narra di festini a base di carne, ai quali prendevano parte i guerrieri, tra una battaglia e l’altra.

Seneca faceva notare che tra i mangiatori di gran quantità di carne si annoverano i tiranni, gli organizzatori di eccidi, di faide e di guerre fratricide, i mandanti di assassinii, gli schiavisti, mentre coloro che si nutrono dei frutti della terra hanno un comportamento mite.

Liebig racconta che nel giardino zoologico di Giesen l’orso, se era costretto a mangiare carne al posto di vegetali, diveniva oltremodo irrequieto e pericoloso.

Si può quindi affermare che l’igiene fisica é anche igiene mentale, come sosteneva J. Dalemont, descrivendo la storia dell’alimentazione umana nel suo lavoro “Manuale d’igiene mentale”.

È nota l’espressione “la carne mi dà la carica”, usata da chi vuole giustificarne l’uso alimentare, dato che questa società, basa suÌla competitività, sulla libera e sfrenata concorrenza e sull’arrivismo, esige dall’individuo una grinta aggressiva che permetta di farsi strada (é nota la frase “struggle for life”).

È nota l’espressione “la carne mi dà la carica”, usata da chi vuole giustificarne l’uso alimentare, dato che questa società, basa suÌla competitività, sulla libera e sfrenata concorrenza e sull’arrivismo, esige dall’individuo una grinta aggressiva che permetta di farsi strada (é nota la frase “struggle for life”).

E non é un caso che questi due grandi pensatori siano stati vegetariani. Il Beccari, fra l’altro, è lo scopritore del glutine e della isovalenza tra le proteine vegetali e quelle animali. L’uomo non é un semplice tubo digerente da riempire con cibi vari. L’uomo é un essere pensante, il cui cervello é un organo che, come tutti gli altri organi del corpo, deve essere nutrito con il materiale che occorre al suo metabolismo e che gli porta la corrente sanguigna. E poiché noi oggi mangiamo in gran parte cibi prodotti dalle industrie alimentari, vendute solo a scopo di profitto e non tenendo in alcun conto le nostre autentiche necessità alimentari naturali, si può affermare che, come la medicina ufficiale é condizionata e finanziata dall’industria farmaceutica, così la cosiddetta “scienza dell’alimentazione” é completamente nelle mani dell’industria chimica del cibo.

Tale industria, in notevole parte, cerca di smerciare autentici “cibi-spazzatura”, soprattutto quelli a base di proteine della carne, servendosi anche del potente ausilio dei mass-media. Succede, quindi, che un’accettazione acritica di tali attività degli industriali alimentari, si traduce inevitabilmente, sul piano pratico, in comportamenti violenti nei riguardi dei nostri simili e degli altri esseri viventi, a causa dell’aggressività indotta dal cibo cadaverico. Già il grande Giovenale (Satira X,512) circa venti secoli fa aveva sentenziato, con una massima eterna, la stretta dipendenza della sanità della mente da quella del corpo: “Mens sana in corpore sano”.

La mente, quindi, non può essere sana se non é sano il corpo, il che, in termini pratici, significa che occorre dare alla salute del corpo la priorità essendo essa “conditio sine qua non” per la salute mentale. Molto più tardi, nel XVII secolo, un’altra voce autorevole, quella del filosofo inglese John Locke, nella sua opera “Pensieri sull’educazione” (1693) sottolineava la validità dell’assioma di Giovenale, cioè la dipendenza della sanità della mente da quella del corpo.

Da quanto precede deriva la grande importanza del vegetarismo (nella accezione, beninteso, derivante da una giusta valutazione dell’origine etimologica del termine) il quale, disintossicando il corpo, purifica anche il sangue che nutre il cervello; il pensiero, di conseguenza, si fa più lucido e penetrante, ne consegue una vera e propria “dilatazione della mente”, aumenta la capacità di autocontrollo e la resistenza al lavoro intellettuale e a quello fisico e si instaura un atteggiamento caratterizzato da tolleranza, mitezza, disponibilità al dialogo sereno, alla ricerca di soluzioni pacifiche delle vertenze, all’amore, alla socievolezza, alla condivisione.

L’attività elettrica del cervello, rivelata elettroencefalograficamente (EEG), ha evidenziato che l’alimentazione vegetariana induce il cosiddetto “ritmo alfa”, che é espressione di uno stato di rilassamento neuromuscolare non solo del cervello, ma di tutto l’organismo. Leadbeater sostiene che tale indagine scientifica comprova la benefica azione del vegetarismo sul comportamento, in quanto vi apporta una sensazione di benessere “analogo allo stato di meditazione sulle realtà più profonde”.

Ecco perché gli uomini più intelligenti, più colti, più aperti, più tolleranti del mondo, di tutti i tempi, si annoverano tra i vegetariani, in tutti i campi dello scibile: nelle scienze, nella filosofia, nell’arte, nella letteratura, nella medicina, ecc.

È ovvio, quindi, che se il sangue che nutre il cervello vi porta i cataboliti della carne, la fisiologia cerebrale ne resterà influenzata e il comportamento, invece, sarà caratterizzato – ripetiamo – da intolleranza, tendenza alla litigiosità e all’aggressività: al posto dell’amore, l’odio; al posto della convivialità e della unione, la separazione, l’annullamento della socialità, la violenza. L’uomo é, così, cacciato nella asocialità e in un feroce individualismo. È quel che vuole il potere: “Divide et impera!” Ecco perché il potere (che sa manovrare l’arma alimentare per influire, con essa, sul comportamento umano e orientarlo verso ciò che fa più comodo ai detentori del potere) fa di tutto per indurci a mangiare cibi morti, avvelenati e quindi intossicanti, soprattutto la carne. Il bersaglio è infatti, in ultima analisi, il cervello, che si vuol rendere incapace di capire. In conclusione, mentre il vegetarianesimo favorisce le più eccelse facoltà cognitive, i carnami deprimono tali attività cognitive, esaltando, invece, comportamenti dannosi all’individuo e alla società, e aumenta, di conseguenza, la quantità di serotonina che può ottenersi. Invece, un pasto ricco di proteine della carne riduce la presenza di triptofano nel cervello e, conseguentemente, determina uno stato di aggressività, di ansia, di propensione alla lotta. La scelta degli alimenti influenza, quindi, il comportamento e le emozioni.

Quanto ci dice il dott. Rossi ha trovato conferma sperimentale da parte di John Fernstrom e Richard Hurthman, biologi del Dipartimento della Nutrizione e delle Scienze Alimentari del Massachusetts Institute of Tecnology.

La serotonina si é pertanto meritata l’appellativo di “sonnotonina”, a causa della sua particolare capacità di produrre sonno. Da parte di alcuni “nutrizionisti” contrari al vegetarismo (per vari motivi, leciti o inconfessabili) si cerca di sostenere che l’aggressività non é determinata dalle proteine della carne, ma sarebbe insita nella natura umana; affermazione assurda, giacché nessuno nasce aggressivo e cattivo, ma può diventarlo con l’alimentazione carnea. Il noto antropologo prof. Luigi Lombardi Satriani ci dice al riguardo: “È un alibi rinviare l’aggressività alla natura; un alibi che la nostra società cerca di fornire a sé stessa per scaricarsi di molte responsabilità”. In realtà, nessun uomo nasce “cattivo”. Se così fosse, l’aggressività sarebbe universale, cosa che l’antropologia smentisce. Sono esistite, ed esistono ancora, società che hanno sviluppato culture assolutamente non violente. Per esempio, certe tribù dell’Africa o gruppi di Indios del Brasile nord-occidentale o gli Indios Piaroa in Venezuela, hanno costruito una società molto pacifica, volta alla cooperazione, non c’é traccia di aggressività nell’educazione dei loro bambini e i giochi infantili rispecchiano l’equilibrio del sistema: sono fatti di danze, canti, amore. L’odio è sconosciuto ed è risaputo che queste popolazioni sono vegetariane. Quale migliore prova che l’alimentazione forgia il carattere?

Non va dimenticato che i potenti ci tenevano a manifestare la loro pretesa “superiorità” praticando ed esibendo un carnivorismo deciso poiché, secondo loro, la carne, simbolo alimentare della violenza, doveva rappresentare l’irrinunciabile distintivo dei forti. Ma per mangiare carne occorre che in precedenza ci sia stato un atto violento culminato nell’uccisione di un animale; quindi il consumo di carne, essendo basato su un assassinio, non può che essere associato alla violenza e alla forza bruta. Al contrario, il vegetarismo richiama la stabilità, la tranquillità, la serenità del mondo vegetale che, nella sua possente nobiltà, trae dalla madre terra vita e forza per farne dono all’umanità. Il prof. Carlo Sirtori, noto clinico e scienziato, ha messo giustamente in luce che il ricorso alle proteine della carne da parte dell’uomo crea aggressività perché nella carne il calcio e il fosforo sono presenti nel rapporto di 1 parte di calcio contro 50 di fosforo. Mangiando carne, si introduce quindi un eccesso di fosforo, innaturale per l’uomo, nel cui latte il rapporto calcio/fosforo é di 2 ad 1. “Questo fatto- commenta Sirtori- comporta una caduta del tasso di calcio, con conseguente instaurazione, nel comportamento umano, di irritabilità e aggressività, che nei bambini può provocare delle crisi convulsive”.

Nel 1992 ai marines americani che si preparavano a entrare in azione durante la famosa “Guerra del Golfo” furono fatti pervenire, in aggiunta alle “normali” e già abbondanti razioni di carne, 50.000 tacchini. Motivo: “Sono soldati e devono mangiare molta carne”. In altri termini: “Devono aggredire e la carne serve per renderli aggressivi”. Termino questo mio intervento citando la nota frase del fisiologo Jacopo Moleschott, che conferma l’aggressività indotta dalla carne: “L’irlandese, finché si nutrirà di patate, sarà sottomesso dall’inglese che mangia beef-steak e roast-beef”.

– i testi e le traduzioni sono stati forniti dall’Associazione Vegetariana Italiana (AVI)

Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Alimenti vivi ed alimenti morti. Essenza del vegetarismo, a cura del Prof. Armando D’Elia

Alimenti vivi ed alimenti morti. Essenza del vegetarismo.

Prof. Armando D’Elia – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Tutti i vegetariani concordano nel ritenere che – in linea di principio – l’uomo dovrebbe consumare solo alimenti vegetali e nello stato in cui essi si trovano in natura, cioè freschi, crudi e nella loro integralità, “cotti” a fuoco lento dai raggi del sole. Sappiamo tuttavia che tra i vegetariani soltanto i crudisti si attengono completamente a tale principio sul piano pratico, mentre gli altri coprono solo in parte i loro pasti quotidiani con cibi crudi, oppure praticano il crudismo solo per qualche giorno o per alcuni pasti. Dobbiamo riconoscere che è quanto meno innaturale sottoporre a cottura, quasi a correggere la natura, i cibi offertici crudi dalla natura stessa; e del resto 1’uomo, prima di scoprire il fuoco e di imparare a utilizzarlo, producendolo a volontà, a scopo culinario, per moltissimi millenni non ha potuto che cibarsi di cibi crudi. La cottura dei cibi in realtà risulta estremamente dannosa in quanto denatura, devitalizza e uccide il cibo che, se non era già morto prima di essere sottoposto a cottura, diviene certamente morto dopo cotto e come tale non più adatto alla nutrizione ottimale del corpo “vivo” dell’uomo e degli altri animali assoggettati all’uomo: un corpo “vivo” dovrebbe infatti alimentarsi solo con cibi “vivi’ , giacchè i cibi morti sono mortiferi. Torneremo più tardi su questo argomento. L’uomo è l’unico animale che sottopone a cottura il proprio cibo. Non solo, ma obbliga anche gli animali che ha assoggettato pensiamo per esempio al cane e al gatto) a mangiare cibi cotti. E ‘uomo è l’unico animale che si ammala e che fa ammalare gli animali cosiddetti domestici, alimentati nella stessa maniera, tanto che – come tutti sanno – una apposita categoria di medici, – i veterinari – si interessa esclusivamente di tali animali. Ma esiste veramente una così lineare relazione di causa ed effetto tra la cottura dei cibi e i danni alla salute dell’uomo e degli animali domestici? Indubbiamente non è soltanto la cottura dei cibi a produrre lo stato di malattia e la morte prematura dell’uomo; vi sono altre cause, o meglio “concause”, ma la cottura del cibi è, senza alcun dubbio, se non l’unica, la causa di gran lunga più rìlevante di tali disastrosi effetti. Si potrà certo obiettare che si può cuocere anche un cibo già morto, per esempio il cadavere di un animale e il corpo già morto di un vegetale (piante o frutta disseccate, semi tanto vecchi da aver perduto la facoltà germinativa, ecc.) ma noi qui vogliamo in particolar modo riferirci alla cottura di cibi che, pur potendo essere consumati allo stato crudo con gran vantaggio dell’uomo, sono sottoposti, invece, irrazionalmente, all’azione del calore artificiale con effetti senz’altro devastanti e degni della nostra massima attenzione, come tra poco vedremo.

Lo spunto a questo mio intervento mi è stato offerto da quel bellissimo volumetto, che l’Associazione Vegetariana Italiana (AVI) giustamente diffonde e raccomanda, dal titolo “Non più alimenti “morti” per vivere” e nel quale sono magistralmente esposti, da tutti i validissimi autori che hanno collaborato alla sua stesura (tra i quali mi fa piacere ricordare un medico assai stimato, il dott. Delor), i contributi delle diverse discipline scientifiche al processo, in atto, di recupero della nostra alimentazione naturale, soprattutto medìante la esclusione degli alimenti “morti”. In realta ci sarebbe da aggiungere ben poco a detto lavoro, ma egualmente voglio dare il mio modesto contributo a tale importante fine esponendovi alcune considerazioni, corredate da notizie che ritengo possano essere interessanti. Chiedo sin d’ora venia se, per esigenze dì chiarezza, sarò costretto ad affermazioni che sono probabilmente ai limiti della ovvietà. Un seme, cotto, non germina pìù; un uovo di gallina, fecondato, se covato dopo cotto, non darà mai più un pulcino; una pianta erbacea, appena estirpata e con l’apparato radicale integro, se cotta, non riattecchirà più nel terreno; e gli esempi potrebbero continuare. La cottura, quindi, uccide la vitalità questo è evidente.

Le tecniche usate per la cottura dei cibi vanno dall’arrostimento diretto su griglie a quello su superfici arroventate, dai fornia legna o a combustibile liquido alla bollitura in recipienti adatti, dai forni elettrici a quelli a raggi infrarossi o a microonde, dai forni a gas metano a quelli a bombole,ecc., ecc. Ma tutte codeste tecniche servono a raggiungere solamente un effetto: elevare la temperatura del cibo sottoposto a cottura per indurvi delle modifiche supposte utili ai fini digestivi, ma soprattutto che aumentino l’appetibilità dei cibi così trattati, cioè per soddisfare il palato. E in effetti la cottura “crea” nuovi odori e nuovi sapori; inoltre ammorbidisce e disgrega il prodotto facilitandone la masticazione incoraggiando così, purtroppo, la dannosa abitudine di mangiare in fretta masticando poco.

Nell’ottica della caccia al microbo di pasteuriana si attribuisce alla cottura il merito di operare un risanamento dei cibi sul piano microbiologico; ma questa considerazine perde pressochè completamente di valore quando si pensa che la cottura distrugge, come vedremo fra poco, proprio quel compesso di fattori che sono alla base delle nostre difese naturali che dovrebbero difenderci dai microbi. Si adduce un’altra motivazione alla cottura e cioè che l’alimento cotto si presta più di quello crudo a costituire un supporto per condìmenti ed ingredienti aggiuntivi, quali salse più o meno piccanti, sughi, intingoli vari, sostanze aromatiche, grassi, ecc.; ma in effetti è lo scadimento di vitalità conseguente alla cottura che spesso determina tale bisogno di condimenti violenti, che sono poi in sostanza degli eccitanti, ai quali purtroppo il palato si abitua, avendo perduto la capacità di gustare le cose semplici e naturali con i loro relativi tenui e delicati sapori.

In sostanza, il ricorso ai condimenti forti diviene di fatto per l’organismo una vera e propria causa di intossicazione. In conclusione, non dobbiamo tener conto dei fini edonistici anzidetti (della pretesa giustificazione della cottura imperniata sulla necessità di prolungare la conservazione dei cibi, diremo più avanti); dobbiamo invece sentirci interessati ad indagare scientificamente per sapere se la cottura incide veramente, e in quale misura, sulle caratteristiche vitali e nutrizionali dell’alimento. Passiamo, quindi, ad una analisi, necessariamente succinta per questioni di spazio, delle conseguenze della cottura sui diversi componenti nutritivi dei cibi.

Cominciamo dalle proteine, le quali subiscono un brusco decadimento del loro valore biologico, dovuto in gran parte alla parziale (in qualche caso totale) di aminoacidi essenziali ; tale distruzione e particolarmente intensa in caso di bollitura in quanto questa provoca la idrolizzazione dei composti proteici e la susseguente dispersione, nel mezzo liquido, degli aminoacidi.

Se poi la cottura delle proteine si effettua o mediante la frittura, che avviene a temperatura più elevata, o mediante forni a raggi infrarossi, che sono molto penetranti, si verificano effetti ancora più negativi di quelli provocati dall’arrostimento.

Considerando poi l’aspetto “digeribilità”, si deve tener presente che le sostanze proteiche già a 60°C iniziano a flocculare e poi coagulano del tutto, divenendo inattaccabili dai succhi gastrici e quindi indigeste.

Passiamo ora ai carboidrati (per brevità ci limitiamo ad esemplificarli con il pane, della cui componente proteica abbiamo detto prima). Il noto cancerologo dott. Alberto Donzelli (v.Girasole 1984 n. 3) ci mette in guardia dall’usare parti “imbrunite” dei prodotti da forno (tutti!), che contengono composti mutageni. Il calore, infatti, prima destrinizza i carboidrati (amidi) e poi li riduce a zuccheri, zuccheri però riducenti che sono capaci di legarsi ad alcuni costituenti delle proteine, dando prodotti cancerogeni.

In merito alla maggiore digeribilità degli amidi cotti bene (ad esempio la crosta del pane, in confronto alla mollica interna), derivante dall’azione della temperatura (come si diceva sopra, destrinizzazione e poi zuccheri), si tenga presente che il corpo umano è capace di fare la stessa cosa con i propri enzimi (ptialina, ecc.) amilolitici, senza ricorrere alla cottura: l’amido (farina), insapore all’inizio della masticazione, continuando a sottoporlo all’azione della saliva, diviene dolce. Pertanto questo preteso gran vantaggio della cottura ai fini di gestivi, non è proprio tale da riscattare la cottura stessa dalle schiaccianti conseguenze negative che essa comporta!

In quanto all’azione del calore sui grassi, esso causa fenomeni di ossidazione, che portano dapprima alla formazione di perossidi e di idroperossidi, e poi di acidi grassi a catena corta, olfattivamente sgradevoli; inoltre la glicerina che si libera tende a decomporsi trasformandosi in acroleina composto oltremodo tossico. Infine, l’acido linoleico, come il finolenico, preziosi per la sintesi dei fosfolipidi, subiscono, con il calore, delle modifiche strutturali che li rendono inattivi e quindi incapaci della predetta sintesi.

Da tener presente inoltre che in commercio, al dichiarato scopo di impedire i suddetti effetti negativi della ossidazione dei grassi indotta dal calore, si impiegano, come additivi, i cosiddetti “antiossidanti” ( per esempio, il butil-idrossianisolo, gallati vari, l’alfa-tocoferolo ecc.). Ma in realtà tali additivi non impediscono un bel niente perchè il calore pare che ossidi, inattivandoli, i medesimi antiossidanti prima che i grassi.

Ma la cottura crea danni molto gravi distruggendo o denaturando irrimediabilmente, e pressoche integralmente, il corredo vitaminico dei cibi, specie le vitamine termolabili come è ovvio. Tuttavia l’opera distruttiva più grave è quella che viene effettuata a carico di quell’ insieme di fattori vitali che costituiscono il carattere distintivo dei cibi “vivi” nei confronti dei cibi “morti” e cioè : enzimi, ormoni, pigmenti vari, essenze volatili, auxine, biostimoline, complessi antibiotici e antiossidanti naturali, aromi, complessi germinativi ecc. La perdita, per effetto della cottura, di questi fattori vitali è irrimediabile e gravissima in quanto essi costituiscono la base biologica delle difese naturali dell’organismo. Inoltre la clorofilla, durante la cottura delle parti verdi dei vegetali, subisce la degradazione a feofitina, di colore bruniccio, inutilizzabile dall’organismo.

Da tener presente infine che tra le peggiori conseguenze della cottura è da annoverare la perdita, nell acqua di cottura, o per altre vie, degli oligoelementi e dei preziosi sali minerali.

Ma vi sono molteplici altri elementi che concorrono tutti a farci affermare, sulla scia di Marziale, che “vivo non è esser vivo, ma star bene” e che, per star bene, cioè per essere “vivi”, occorre alimentarsi con cibi “vivi”. Per un semplice motivo : che la vita procede dalla vita, mentre – come ammonisce Léon Behar – “gli alimenti morti sono portatori di morte”.

Il noto igienista A.I. Mosséri ci dice (nel suo famoso trattato “La santé par la nourriture”) “Gli alimenti cotti non sono adatti all’alimentazione umana, essendo denaturati, devitaminizzati e demineralizzati”.

Il prof. Byron Tyler ripete .”Gli alimenti cotti sono alimenti morti”.

Il prof. Lino Businco, docente di patologia generale all’Università di Roma, cosi si esprime a proposito del crudismo : “La vita è cruda perchè tutti i suoi processi biologici si svolgono in un ambiente naturale, nei limiti della temperatura alla quale cellule e tessuti svolgono le loro attiività vitali. L’uomo primitivo, come sappiamo, assumeva dall’ambiente materie nutritive che consumava crude. Poi con l’avvento del fuoco ha abbandonato il suo integrale crudismo dietologico e questo abbandono ha infranto una fondamentale legge nutrizionistica che ha nel crudismo la sua base essenziale. Nel mondo animale, del resto, non vi è alcuna altra specie che cuocia i suoi cibi. L’abbandono del crudismo ha molto contribuito a favorire nell’uomo l’insorgenza e lo sviluppo di molte malattie a decorso cronico, come l’arteriosclerosi , le affezioni del ricambio, le avitaminosi, ecc. gran parte delle quali assenti o rare nel restante mondo animale” (dalla introduzione al libro di Nico Valerio sul crudismo, cui accennerò dopo).

“Cadavere” non è quindi solo il corpo di un animale morto, crudo o cotto che sia, ma “cadavere” è anche un vegetale ucciso con la cottura.

Accenneremo fra poco alle scoperte del medico di Losanna P. Kouchakoff e dell’ingegnere francese A. Simoneton, che hanno dimostrato scientificamente ed inequivocabilmente la negatività dei cibi cotti.

Ma dopo tante citazioni di studiosi stranieri non possiamo fare a meno, per amore di verità e non certo per un malinteso nazionalismo (da cui peraltro noi siamo certamente esenti), di ricordare qui l’analoga opera notevolmente meritoria di molti medici italiani, tra i quali mi piace ricordare i seguenti, sconosciuti purtroppo, a molti, se non ai più : Giuseppe Tallarico medico e biologo, autore del famoso libro “La vita degli alimenti”, meritorio anche perchè gettò le basi per la critica scientifica, clinico-biologica, dell’alimentazione dell’adulto umano con latte vaccino, fatta poi propria, anche all’estero da molti insigni medici e studiosi; Ettore Piccoli, milanese, fondatore dell’Unione Naturista Italiana, autore di lavori, tra i quali “L’alimentazione dell’uomo” (Milano, 1921) e “Norme di Igiene Nuova” (Milano, 1923), il quale soleva esemplificare i cibi morti citando le marmellate, da lui definite “autentiche composte di cadaveri”; Oscar Montanari, che scrisse un libro, più noto all’estero che in Italia, in difesa del crudismo, dal titolo lapidario “Gli alimenti cotti indeboliscono, ammalano, uccidono il corpo umano” (Roma, 1912); G. P. Penne, autore di “Rivoluzione in cucina con il regime fruttarlano” (Roma, 1935); Giuseppe Paneqrossi, noto clinico dell’Università di Roma, autore del libro in difesa del fruttarismo “Il naturismo nei confronti della scienza e della civiltà (Roma, 1937); Giorqio Oreglia, torinese, autore di “Mangiare per vivere”, in difesa del crudismo (Torino, 1953). Aggiungo ancora Nico Valerio, il cui libro sul crudismo (“Tutto crudo – Prima guida completa degli alimenti “vivi” – Oscar Mondadori, 1985) ha riscosso notevoli e meritati consensi in campo medico. E, infine, E. Alliata di Salaparuta che con il suo libro “Cucina vegetariana e naturismo crudo’ – Palermo 1971 – esponeva la sua “gastrosofia naturista” con 120 ricette crudiste.

Come si vede, studiosi italiani, medici e non medici, che hanno, con specifiche pubblicazioni, denunciato i misfatti della cottura, ce ne sono. Tuttavia, molti di loro sono rimasti pressoché sconosciuti nel passato, giacchè allora non esisteva un ente o una associazione a carattere nazionale che fungesse da centro coordinatore e propulsore di una così importante tematica nel campo della dietetica umana e da trait d’union fra tutti coloro che si interessavano del graduale ritorno dell’uomo alla sua originaria alimentazione viva.

A colmare questo vuoto culturale ed associativo c’è stato un primo tentativo purtroppo fallito del quale ci dette notizia, al Convegno nazionale dell’Associazione suolo e salute (tenutosi a Torino nel 1978) il prof. Luciano Pecchiai, direttore ospedale per bambini Buzzi di Milano e noto cultore di eubiotica, il quale riferì che già nel 1960 lui e Alfredo Ghiotti avevano deciso di fondare l’AIRAN, cioè l’Associazione Italiana per il Ritorno all’Alimentazione Naturale, che però per vari motivi non potette concretizzarsi (Atti del 1° Convegno nazionale Associazione suolo e salute – Torino, 1979). In Francia esiste però ancora l’AFRAN (Association Francaise Retour Alimentation Naturelle).

Oggi è finalmente sorta la “Lega per l’alimentazione viva” che ha ripreso saldamente in mano la predetta iniziativa di Pecchiai, ed intende assolutamente portarla avanti anzitutto richiamando alla coscienza di tutti gli italiani la necessità di rivedere senza indugi il proprio modo di vivere, a cominciare dall’alimentazione.

Occorre quindi rivedere tutta l’alimentazione tradizionale alla luce dei criteri fondamentali che presiedono all’alimentazione viva e che nel presente opuscolo sia pure succintamente vengono esposti.

Bisogna operare delle scelte, decise e coraggiose: ne va di mezzo il nostro bene supremo, cioè la nostra salute fisiopsichica, data la strettissima correlazione tra la nostra salute fisica e quella mentale mirabilmente espressa, come ben si sa, dalla famosa frase di Giovenale “Mens sana in corpore sano”.

E poichè le potenti industrie alimentari ci impongono, attraverso i convincimenti operati sulla nostra mente dai mass-media, (con l’ausilio di medici ignoranti o senza scrupoli o, peggio, assoldati dalle industrie farmaceutiche o alimentari) cibi morti ed avvelenati, autentici “cibi-spazzatura” (felice espressione, usata recentemente – dicembre 1990 – da Siegmund Ginzberg, corrispondente da New York di un grande quotidiano italiano, per indicare i cibi, tutti da eliminare, che provocano “avvelenamenti di massa” e che sono un grande affare per le industrie alimentari che li producono). Ma non dimentichiamo che già nel 1973 Gerald Messadié nel suo famoso libro “L’alimentatìon suicide” aveva denunciato senza mezzi termini i misfatti operati dal cibo spazzatura e ne aveva dimostrato i rovinosi effetti sulla nostra salute mentale, concludendo sinistramente che “L’uomo si scava la fossa con i propri denti”. Si deve insomma ritenere per certo che una siffatta alimentazione non possa che “drogare” anche la nostra mente. Partendo da tale considerazione c’è chi ha proposto, pur senza intenti spregiativi, di definire “uomini-spazzatura” coloro che, avendo subito per troppo tempo gli effetti del cibo-spazzatura, dovrebbero per questo essere ritenuti ormai irrecuperabili. Di diverso avviso è invece la Lega per l’alimentazione viva la quale ritiene che, qualunque sia il livello di degradazione fisio-psichica causata da una alimentazione impropria, l’individuo possa risalire la china e operare una vera e propria rinascita di sè stesso mediante il graduale ripristino della alimentazione naturale viva. A tal riguardo mi torna alla memoria il Nobel Isaac Singer il quale, convertitosi al vegetarismo in età avanzata, ammoniva “Non e mai troppo tardi!” Naturalmente l’alimentazione viva opera con efficacia risolutiva, oltre che sul piano curativo, anche su quello preventivo in quanto, tenendo l’uomo lontano dal cibo-spazzatura, attiva la migliore tutela possibile della sua salute fisica, mentale e morale. Torniamo un momento ad accennare, come ho prima promesso che avrei fatto, ai due studiosi stranieri Kouchakoff e Simoneton che ci hanno fornito con i loro originali lavori scientifici le prove della validità e addirittura della necessità fisiologica dell’alimento crudo, cosa che è stata messa in giusto risalto dal dott. Delor (per il Dott. Kouchakoff, sul n. 61 de “L’Idea Vegetariana” e, per l’ing. Simoneton, sul già citato libretto “Non più alimenti morti per vivere”).

A proposito del medico di Losanna (Kouchakoff) mi limito qui a ricordare, sia pure molto succintamente, che egli ha dimostrato, a conclusione di migliaia di esperimenti condotti su molti soggetti e su lui stesso, che un alimento cotto provoca la moltiplicazione quasi immediata (sin dai primi atti masticatori, giacchè la reazione fagocitaria è innescata addirittura nella cavità orale) dei globuli bianchi, che come è noto servono a difenderci da corpi estranei a noi dannosi, soprattutto di natura microbica, mentre l’alimento crudo non la provoca mai. Esiste, insomma, nel nostro organismo una sorta di automatismo fisiologico in forza del quale l’alimento cotto è trattato come un aggressore, contro il quale il corpo mobilita il suo più potente mezzo di difesa, cosa che non fa con l’alimento crudo, che evidentemente il corpo accetta come un “amico”, cioè come il cibo “naturale” dell’uomo. Queste scoperte sono di basilare importanza perché da esse scaturisce una verità fondamentale, a proposito della quale preferisco riferire il pensiero di un autorevole studioso, il prof. A. Delaval, che così si esprime :”L’uomo fa cuocere i suoi cibi ormai da parecchie centinaia di generazioni; ebbene, dopo tanto tempo non si è verificato alcun adattamento anatomo-fisiologico all’alimento cotto, che continua ad essere rifiutato dall’organismo mediante l’azione di rigetto evidenziata sperimentalmente da Kouchakoff. Insomma l’uomo continua a reagire oggi all’alimento cotto come ha fatto la prima volta migliaia di anni fa. Dopo tanto tempo il corpo continua a rifiutarsi di adattarsi a tale nostra incosciente perseveranza. Pertanto la scoperta di Kouchakoff ci ha reso edotti di una esperienza gigantesca sull’uomo, cominciata nella preistoria e deve costituire per noi un serio ammonimento. Le nostre difese sollecitate diverse volte al giorno, devono inevitabilmente indebolirsi e forse in questo risiede la nostra grande vulnerabilità alle infezioni. Inoltre, ogni individuo possiede un certo capitale energetico al quale attingono tutti i mezzi di difesa dell’organismo. L’effetto Kouchakoff dovuto alla alimentazione cotta diminuisce dunque la resistenza dell’organismo a tutte le aggressioni”. Così il prof. Delaval, che dedica un intero lungo capitolo del suo libro a questo argomento. (A. Delaval – “La nature n’est pas d’accord” – Paris, 1970).

La scoperta del dott. Kouchakoff è così importante da potere essere paragonata a quella dell’abate Gregorio Mendel, che si può considerare il padre della genetica. Ma Kouchakoff è accomunabile a Mendel per un altro importante fatto. Mendel pubblicò le sue scoperte nel 1865, ma tutte le società scientifiche del tempo le ignorarono e Mendel morì nel 1884, senza alcun riconoscimento ufficiale dei suoi lavori di ricerca. Solo nel 1900, dopo 35 anni di silenzio, finalmente la scienza ufficiale “scopri” la grandezza di Mendel e l’importanza enorme delle sue famose “leggi sulla ereditarietà dei caratteri” che rivoluzionarono la biologia. Per il modesto medico di Losanna, Kouchakoff, continua il “silenzio” della scienza ufficiale ed egli sta subendo la stessa sorte di Mendel. Ma è facile prevedere che non potrà rimanere ancora a lungo ignorato.

Per quanto ne so io, sembra che il dott. Delor sia stato sinora l’unico medico italiano a parlare della scoperta di Kouchakoff (e a scriverne sulla rivista dell’Associazione Vegetariana Italiana, come ho detto prima), mettendone in risalto l’importanza ai fini della conferma della positività dell’alimentazione crudista. E’ doveroso riconoscere al dott. Delor anche questo merito. Il secondo motivo che mi obbliga a parlare di Kouchakoff è, mi sembra, egualmente importante. rn breve, la storica pubblicazione del Kouchakoff “NOUVELLES LOIS DE L’ALIMENTATION HUMAINE, BASEES SUR LA LEUCOCYTOSE DIGESTIVE”, che ho la fortuna di possedere nell’edizione originale (Lausanne, 1937), può essere oggi integrata e resa completa, in quanto alle finalità scientifiche da un prezioso breve lavoro, ignorato dai più, che sul medesimo della leucocitosi digestiva fece il medico italiano C. Lusignani, dell’Università di Parma e che io sono riuscito a scoprire in un numero degli Annali di Clinica terapeutica del lontano 1924.

Occorre innanzitutto tener presente che le esperienze di Kouchakoff, conclusesi, con la pubblicazione delle loro risultanze, nel 1936, erano iniziate nel 1912!. Certamente il prof. Lusignani doveva essere a conoscenza degli studi sperimentali del suo collega (che stranamente non cita mai) e doveva averne compreso la grande importanza, come pure certamente sapeva che Kouchakoff non si sarebbbe interessato anche del meccanismo fisiologico che innesca o sospende la leucocitosi digestiva. Il Lusignani si dedica allora escusivamente a quest’ultima ricerca e completa così il lavoro di Kouchakoff offrendoci una spiegazione lucida e razionale che ha il grande merito di dare compiutezza agli studi sulla leucocitosi digestiva. Il Lusignani, in sostanza, dimostra che le variazioni leucocitarie successive alla ingestione dell’alimento sono dovute a meccanismi nervosi centrali e periferici che, regolando il calibro vasale, determinano attraverso fenomeni di vasocostrizione, la leucocitosi e, attraverso fenomeni di vasodilatazione, una relativa leucopenia. Per cui è chiara la origine nervosa della reazione vasocostrittiva, quindi di chiusura dell’organismo al cibo cotto e, viceversa, dilatatoria, cioè di allentamento della reazione nervosa e di rilassamento delle pareri vasali in caso di ingestione di cibo crudo, evidentemente considerato – da quella che non può non essere chiamata “intelligenza del corpo” – non nocivo all’organismo, confacente ad esso e quindi non necessitante di una azione di rifiuto, di difesa, di rigetto da parte dell’organismo stesso.

In margine e a conclusione del dilemma crudo-cotto, c’è da dire che certamente il nostro organismo è in grado di utilizzare financo cibo cotto, ma in questo caso è costretto a trasformare un corpo morto in materia vivente e un tale sforzo non può essere portato a termine che a spese del nostro capitale energetico (o energia vitale), di cui siamo forniti alla nascita e che perciò viene eroso. Questo nostro capitale energetico, che potremo chiamare più semplicemente “vitalità”, viene pertanto diminuito, in seguito alla cottura dei nostri alimenti, per una duplice causa: per la reazione sanguigna messa in evidenza da Kouchakoff e per lo sforzo supplementare imposto all’organismo per trasformare materia morta in materia viva.

Mi sembra necessario accennare brevemente anche alla scoperta del già citato ingegnere francese André Simoneton. Gravemente ammalato, quasi senza speranza di guarigione, riacquistò la salute con il vegetarismo e si dette quindi a studiare la causa delle sottili influenze guaritrici che i vegetali possono così beneficamente esercitare sul fisico dell’uomo.

Scoprì così che le radiazioni emesse dal nostro corpo quando siamo sani si aggirano, in media, sui 6500 Ångstrom, mentre in condizioni di malattia o di cattiva alimentazione scendono sempre al di sotto di tale livello.

Per conservarsi in salute occorre pertanto mantenere costante o superare il suddetto livello delle vibrazioni, utilizzando sia le radiazioni cosmiche e telluriche, sia quelle emesse dai nostri alimenti. Simoneton divise gli alimenti in 3 categorie :

  1. alimenti “morti” cibi cotti o conservati, margarina, pasticceria industriale, alcool, liquori, zucchero bianco o grezzo. Questi cibi hanno radiazioni nulle o pressochè nulle;
  2. alimenti “inferiori” : carne, salumi, uova non fresche, latte bollito, caffè, the, cioccolato, marmellate, formaggi, pane bianco. Questi cibi hanno radiazioni inferiori a 3000 Ångstrom;
  3. alimenti “superiori” o “sani” frutta fresca, cruda e matura e verdura cruda e fresca. Questi cibi hanno radiazioni molto elevate, tra 8000 e 10000 Ångstrom. Simoneton ci dice anche che la frutta che ha dato i migliori risultati sperimentalmente è quella appena colta e ben matura e che quindi il consumo di frutta e verdura è tanto più salutare quanto meno tempo è trascorso dal momento in cui è stata staccata dall’albero o raccolta dal terreno e quanto più la frutta è matura.

Noi dobbiamo far tesoro di tali importanti suggerimenti, che sono frutto di cosi’ serie indagini scientifiche, cibandoci con alimenti facenti parte della terza categoria che prima citammo.

In conclusione, possiamo affermare che dalle importanti scoperte di Simoneton esce confermata in pieno la linea nutrizionale del crudismo vegetariano, cioè dell’alimentazione viva.

Possiamo, a questo punto, concludere che un alimento crudo e fresco soddisfa certamente, e nella maniera ottimale, le nostre esigenze nutrizionali, e che la stessa cosa non si può certo dire per l’alimento cotto.

I pretesi vantaggi che le varie industrie conserviere dichiarano di ottenere mediante il calore comportano un impoverimento sul piano bionutrizionale così grave che dovremmo cercare tutti di evitare quanto più possibile i cibi conservati, preferendo prodotti crudi, freschi ed integrali.

Un’ultima considerazione si impone. L’alimento vegetale naturale, vivo, fresco e maturato sotto l’azione dei raggi del sole è il punto di arrivo, materiale e tangibile, di una serie di processi naturali di condensazione di quelle energie che lo hanno dapprima generato, poi fatto crescere e infine portato a maturazione; se noi ingeriamo un siffatto alimento e lo sottoponiamo ad accurata masticazione queste energie si liberano e vengono cedute all’organismo nei vari tratti dell’apparato digerente e nelle varie fasi dei processi digestivi.

In sintesi, mentre per giungere alla completa formazione dell’ alimento si procedette dalla energia alla materia, quando noi ci nutriamo con tale alimento si effettua il cammino inverso, cioè dalla materia all’energia, energia che viene ceduta al corpo e a beneficio di questo. La cottura di un alimento lo rende incapace di simile cessione di vitalità, per il semplice fatto che esso non possiede più vitalità: l’ha perduta in seguito alla cottura. Solo gli alimenti “vivi” possono, quindi, trasmettere vitalità al corpo, nutrirlo, mantenerlo in salute e conservare e potenziare le sue difese naturali. In conclusione , l’alimentazione vegetariana deve tendere a ripristinare al massimo grado possibile il crudismo, eliminando, sia pure gradualmente, il ricorso alla cottura dei cibi. Spesso mi sento chiedere, anche da qualche vegetariano : “E i cibi che non si possono mangiare crudi?”. A queste persone viene voglia di rispondere con le parole di Gandhi : “L’uomo non ha alcun bisogno di cuocere i propri cibi. La cottura distrugge gli elementi più vitali e gli alimenti che non si possono mangiare crudi non erano evidentemente destinati dalla natura a nutrirci. Noi sciupiamo una enorme quantita del nostro tempo prezioso per cuocere i nostri cibi, senza alcun bisogno. Vivendo solo di vegetali non cotti, quanti quattrini, quanto tempo, quanta energia si potrebbero risparrmiare, devolvendo queste varie forze a scopi infinitamente più utili e migliori!” (Mahatma Gandhi – Guida alla salute – Ristampato a cura dell’Istituto Italiano di medicina sociale – Roma , 1983).

Questa breve rassegna delle conseguenze della cottura dei cibi ci porta inevitabilmente a domandarci perchè l’uomo, ad un certo punto della sua preistoria, dopo moltissimi millenni di alimentazione cruda, si decise ad utilizzare il fuoco per cuocere i suoi alimenti. Cercherò di rispondere a questo quesito, necessariamente in forma sintetica. I paleoantropologi sono concordi nell’affermare che, durante la preistoria dell uomo si verificarono eventi meteorologici e geologici che alterarono profondamente gli ecosistemi da lui abitati. In particolare vennero alterati i biomi vegetali dai quali l’uomo traeva il proprio nutrimento. Avvennero, infatti: glaciazioni (espansioni dei ghiacciai), interglaciazioni (ritiri dei ghiacciai e avvento di climi piu caldi), periodi di forte inaridimento climatico, aumenti eccezionali della piovosità (pluviali). Particolarmente importante per l’uomo fu l’ultima glaciazione denominata Würm, dell’era quaternaria, nel periodo chiamato Pleistocene. Tale immane glaciazione comportò l’avanzata dei ghiacciai su gran parte delle regioni euroasiatiche, con conseguente distruzione delle foreste e con effetti che si protrassero sino a 10.000 anni fa circa.

Coeve di tali glaciazioni furono le intensissime precipitazioni (pluviali) che si verificarono in Africa; anche questi eventi climatici furono gravidi di conseguenze per l’uomo, poichè ai pluviali seguì una fase di calo drastico delle piogge e di inaridimento del clima (anche per effetto della formazione della Great Rift Valley, lungo la quale l’Africa si è come spaccata per effetto di un grandioso evento tettonico, tuttora in corso) per cui leforeste subirono funeste riduzioni trasformandosi prevalentemente in savana. L’uomo fu conseguentemente costretto a diventare animale da savana e dovette, per sopravvivere, cibarsi di quello che tale ambiente gli offriva. Vi trovò le graminacee, piante che richiedono spazi aperti, luce solare diretta, condizioni, queste, presenti nella savana e non nell’ombrosa foresta, donde l’uomo proveniva. Ecco cosa ci dice l’illustre clinico e scienziato prof. Marcello Comel dell’Università di Pisa :”L’uomo per derivazione ancestrale è una “scimmia d’ombra” essendo vissuto per milioni di anni sugli alberi, all’ombra delle foglie, nella sua grande patria d’origine, la foresta. Sceso a terra, vagò per altri milioni di anni nella savana”. (M. Comel – Il quaderno Santoriano della salute – Milano, 1979).

Le graminacee, lo sappiamo tutti, sono piante che producono dei frutti secchi (cariossidi), monospermatici, duri, piccoli, senza odore e senza appetibile sapore, quasi invisibili, senza apprezzabili variazioni cromatiche all’atto della maturazione : cibo da uccelli, insomma. La paleobotanica ci dice che le prime graminacee spontanee utilizzate dall’uomo furono il frumento (Triticum boeoticum) e l’orzo (Hordeum spontaneum); da queste specie selvatiche derivarono poi le specie coltivate (addomesticate) che poi via via portarono alle spighe dei cereali attuali, ben più ricche di frutti, attraverso incroci e pratiche culturali varie. L’agricoltura, la proprietà terriera e la stanzialità dell’uomo nacquero, cosi, circa 10.000 anni fa, in 3 zone (Asia occidentale, Asia sud-orientale e America centrale). La parte più vicina a noi, di queste tre zone, è la prima, nel vicino medio Oriente, detta “Mezzaluna fertile” per la sua forma approssimativa, che si estende dalla Palestina all’Iran attraverso la Turchia : da tale zona l’agricoltura si diffuse poi nel bacino del Mediterraneo e nelle altre terre europee. Ma l’uomo, a causa dell’insufficiente apporto nutritivo delle graminacee spontanee, fu costretto a rivolgere la sua attenzione anche al nutrimento carneo, che poteva procurarsi mangiando gli animali della savana : divenne, quindi, oltre che granivoro, anche carnivoro, nonostante che la sua costituzione fisica fosse – lo è tuttora – quella di un fruttariano, come dimostrano senza alcun dubbio, come sappiamo, la anatomia comparata, la fisiologia comparata, l’embriologia, lo studio degli istinti, la immunologia, ecc.

Non posso, naturalmente, soffermarmi qui, come desidererei, sulle tante prove che le tante discipline scientifiche ci offrono sulla essenza dell’alimentazione naturale dell’uomo, che è quella basata sui frutti carnosi, dolci e succulenti, che soddisfano totalmente ed in modo ottimale le esigenze nutrizionali del nostro organismo. Nei miei corsi uso, peraltro, ricorrere alla proiezione di mie diapositive per offrire visivamente queste prove scientifiche, perchè ritengo che non si debbano mai fare delle affermazioni che non siano documentabili.

Non avendo, quindi, l’uomo, le caratteristiche anatomo-fisiologiche nè del granivoro, nè (meno ancora) del carnivoro, per rendere commestibile il cereale ed il cadavere di altri animali dovette egli ricorrere al fuoco, come attestano i reperti dei siti dove furono accesi i fuochi culinari. Nasce, così, la cottura dei cibi, che gradualmente e del tutto irrazionalmente si estese, purtroppo, dalla carne e dai cereali, a tanti altri cibi che assolutamente non la richiedono.

Ecco quel che ci dice, di questo periodo preistorico così decisivo per l’uomo, una voce autorevole (James Collier – L’uomo preistorico – Newton, 1974) “Il Pleistocene fu un periodo stravagante :per quattro volte durante il suo trascorrere i ghiacci avanzarono sino a coprire le regioni del mondo temperato per poi ritirarsi. I ghiacciai del Pleistocene non raggiunsero l’Africa, ma in questo continente l’epoca fu contrassegnata da periodi di grandi precipitazioni piovose alternati a periodi di assoluta siccità. In queste condizioni l’uomo non potette più affidarsi completamente alla vegetazione per nutrirsi e dovette completare con la carne la sua dieta. Ma tutti i carnivori sono forniti di qualche attrezzo simile agli utensili del macellaio : basta pensare al becco dell’avvoltoio, alle zanne della tigre, agli artigli del leone o del gatto selvatico. L’uomo invece, come tutti i primati, non è per natura carnivoro. Si sospetta che l’antenato dell’uomo non sia stato tanto un cacciatore quanto uno “spazzino” che si nutriva delle prede fatte da altri animali, carnivori (sciacallaggio). Forse adoperando sassi e bastoni l’uomo riusciva ad allontanare il leopardo dall’antilope uccisa, se ne impossessava e la trascinava al sicuro nel suo rifugio”. Così Collier. L’uomo in conclusione, fu “costretto” ad operare questa svolta radicale nella sua alimentazione, per poter sopravvivere. Non operò quindi, una scelta, ma semplicemente dovette obbedire ad uno stato di necessità che non offriva alternative. L’istinto di sopravvivenza prese il sopravvento e gli istinti alimentari biologicamente connaturati con la specie umana e orientati alla frutta furono soffocati, non potendo più, l’uomo, soddisfarli.

Si può parlare quindi, di una “deviazione alimentare”, imposta da particolari circostanze, ma non di “errore”, termine che può anche ipotizzare una possibilità di scelta, in realtà inesistente nel caso specifico.

Certamente, però, tale “deviazione alimentare” ha segnato di fatto (per una serie di eventi concatenati, ma tutti necessariamente derivanti da quel deviamento fagico da considerare pertanto come un “primum movens”), l’inizio della degradazione fisio-psichica dell’uomo, che è ormai giunta a quei disastrosi livelli che sono oggi di fronte agli occhi di tutti.

L’uomo mangiava le spoglie degli animali, che sottraeva ad altri animali, carnivori, o che lui stesso uccideva, quasi sempre dopo averle cotte. Tuttavia, studi antropologici accurati fanno ritenere assai probabile che le carogne già in via di decomposizione (e che pertanto non necessitavano della ulteriore ulteriore azione disgregatrice ed ammorbidente della cottura) nonchè le poco consistenti (fegato, cervello, midollo delle ossa, frattaglie) delle prede da poco uccise furono, almeno agli inizi, mangiate crude; la cottura della carne è stata, comunque la norma.

Il fuoco ha avuto (ed ha) una importanza basilare, certamente rivoluzionaria per l’uomo.

Il prof. F. Facchini (ordinario di antropologia all’Università di Bologna) ci dice che il fuoco è stato impiegato, a scopo culinario, dall’uomo preistorico soprattutto per cuocere la carne. (Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana – Milano, 1985)

Il prof. K. Oaklay afferma che “dei tre principali usi del fuoco fatti dall’uomo del paleolitico (difesa dai carnivori, creazione di nuovi ambienti fisici e cottura dei cibi), la utilizzazione culinaria è quella che ha avuto l’effetto più profondo sull’evoluzione fisica dell’uomo” (K.R.Oaklay – L’utilisation du feu par l’Homme – Paris, 1958). Concorda su questo anche C. Perlés, docente di preistoria all’Università di Parigi (Perlés – Prehistoire du feu – Paris, 1977).

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Ma oggi non esistono piú, fortunatamente, le ragioni di forza maggiore che obbligarono, come si è detto, l’uomo preistorico a ricorrere ad alimenti che contrastavano con le sue esigenze nutrizionali naturali di frugivoro-fruttariano e che dovevano, peraltro, essere sottoposti a cottura. Ci riferiamo non solo alla ma anche ai cereali. Di conseguenza, l’uomo ha potuto intraprendere da tempo il lento viaggio di ritorno alla alimentazione naturale biologicamente a lui confacente e totalmente cruda, cioé “vìva”. Ma – domandiamoci – è possibile consumare anche i cereali allo stato crudo, cioè “vivi”? Il loro uso alimentare, come si sa, è assai radicato ancora, nonostante che molte Scuole (sopratutto le Scuole Igieniste) li ritengano cibo non adatto all’uomo e altri li qualifichino, per questo, “cibo di compromesso”. In effetti, come vedemmo, il ricorso dell’uomo preistorico al cereale fu una sorta di “compromesso obbligato”, accettato (“obtorto collo”, aggiungo io) sotto l’imperio della fame, mentre l’uso attuale del cereale potrebbe invece, chiamarsi “compromesso volontario”.

Tuttavia, poichè questa breve tesi ha per tema il dilemma crudo-cotto, mi sembra necessario esporvi in questa sede due maniere per poter consumare anche i cereali allo stato crudo, senza ricorrere ad alcuna fonte di calore, allo scopo di non dover escludere, da una dieta crudista, i cereali, a cui molti non saprebbero rinunciare.

Un primo metodo consiste nel consumare i cereali dopo averli fatti germogliare. La germogliazione incrementa notevolmente il corredo vitaminico del seme e provoca una sorta di predigestione di alcuni dei suoi componenti più essenziali, conservando nel contempo tutte le vitalie, che anzi dal processo di germogliazione vengono potenziate. Uso dire, ed è vero, che i semi germogliati sono un ‘cocktail di vitamine”. I germogli sono nutrientissimi, energetici e molto più digeribili dei prodotti ottenuti con la panificazione (che comporta peraltro la cottura e quindi la morte) degli stessi semi non germinati.

Il secondo metodo è quello proposto dal medico svizzero dott. Bruker e che lui chiama “della pappa di cereale fresco”. E’ semplicissimo. Si macinano grossolanamente 3 cucchiai da minestra di frumento o altro cereale (basta un vecchio macinino da caffè). Al macinato così ottenuto si aggiunge acqua fredda e si mescola. Si lascia in riposo per 12 ore, durante le quali il cereale rigonfia sino ad assorbire tutta l’acqua. Indi, si consuma, con eventuale aggiunta di frutta fresca. Tale ricetta è descritta nel libro del dott. Bruker – “La cucina e il tuo destino” – Lugano, 1974. Una variante per bambini, della “pappa di cereali freschi” di Bruker, è il “latte di fiocchi di cereali crudi” suggerito dai dottori Herbert Shelton e J.H. Tilden e la cui preparazione è descritta nel libro, edito a cura dell’Associazione Vegetariana Italiana (AVI) – 1985, “L’alimentazione del bambino” (Autori vari). Per questa ricetta rimando alla lettura del predetto lodevole opuscolo. In conclusione: la carne e i cereali furono i primi alimenti che nella preistoria l’uomo sottopose a cottura e che “innescarono” quindi tale esiziale pratica.

Comunque, il viaggio di ritorno all’alimentazione naturale, oltre che essere necessariamente lento, è anche lunghissimo, data la enorme differenza, di cui occorre prendere coscienza, tra la nostra attuale alimentazione, artificiale, morta e avvelenata e l’alimentazione naturale, viva e vitalizzante.

Conviene, quindi, programmare questo viaggio, non senza, però, avere preso conoscenza, che all’inizio potrà anche essere sommaria, delle nostre reali necessità alimentari fisiologiche in modo da acquisire un minimo di cultura dietetica che consenta di regolarsi adeguatamente. Questo ci consente anche di difenderci dall’autentico agguato che ci tendono continuamente le industrie alimentari proponendoci il consumo di sostanze di dubbia convenienza o decisamente nocive. Tutto questo è necessario perchè noi, come sappiamo, abbiamo perduto gli istinti che ci ponevano in grado di orientarci, per effetto di un automatismo biologico, in modo ottimale nella scelta degli alimenti; oggi noi dobbiamo sopperire a tale perdita ricorrendo alla informazione, alla indagine conoscitiva e all’uso della ragione. Tale viaggio che noi vegetariani abbiamo già intrapreso, data la sua lunghezza deve forzatamente prevedere una serie di obiettivi (che possiamo chiamare anche “livelli” o “gradini”) intermedi da raggiungere. Il primo e più urgente di tali obiettivi è senza dubbio la eliminazione dalla propria dieta del cadavere di altri animali, cioè la eliminazione della più grossolana deviazione dalla nostra alimentazione naturale, che ci portiamo dietro dalla preistoria. Questo obiettivo, oltre ad essere il più urgente ai fini della salute fisica, è di basilare importanza sul piano etico perchè ci riscatta dall’onta della nostra partecipazione al massacro di tanti animali, innocenti e pacifici nostri compagni di vita, che dobbiamo invece amare e rispettare. Io dico sempre e a tutti che l’etica “è il fiore all’occhiello” dei vegetariani. Ma questa è solo una prima tappa giacchè non basta certo eliminare la carne per poter dire di aver ripristinato la alimentazione naturale. Operata tale prima “depurazione” della nostra alimentazione, restano, infatti, in vita le altre trasgressioni alle leggi alimentari naturali. In particolare occorrerà :

  • non uccidere i cibi con la cottura, ma mangiarli crudi, cioè “vivi”
  • eliminare tutti i cosiddetti “sottoprodotti” animali, pur sempre provenienti dal corpo degli animali che sfruttiamo, e certamente con finalizzati, biologicamente, a servire di nutrimento all’uomo (uova, latte di altri mammiferi, e derivati, miele). Sono convinto e sono in ottima compagnia) che i vegetariani “mitigati” (o “ovo latteo-vegetariani) elimineranno tutti dalla loro dieta questi sottoprodotti animali, divenendo, così, vegetaliani
  • imparare a masticare correttamente
  • imparare a respirare correttamente, dopo avere, naturalmente, eliminato il fumo e ripristinando, soprattutto, la funzionalità diaframmatica. Occorre ricordare sempre che l’aria è il nostro primo alimento e che la respirazione diaframmatica influenza `avorevolmente anche l’attività dell’apparato digerente e dell’apparato circolatorio
  • dare la massima importanza all’attività fisica, cioè al moto, che fra l’altro stimola la peristalsi intestinale e la circolazione
  • eliminare gli alcoolici (vino, birra, ecc:), i nervini (caffè, the, cacao, ecc.), il sale, lo zucchero industriale (bianco o scuro che sia), i grassi da estrazione, le spezie forti (pepe, mostarde, senape, ecc.)
  • aspettare la comparsa della fame per mangiare
  • praticare la massima temperanza nel mangiare, in quanto “tornare alla alimentazione naturale” significa non solo aderenza qualitativa ai nostri fabbisogni nutrizionali biologici, ma anche aderenza quantitativa a tali fabbisogni. Occorre in sostanza mangiare per vivere e non viceversa, in modo da evitare la sovralimentazione, che è causa primaria di molti gravi stati patologici che affliggono tanta parte dell’umanità
  • evitare di ingerire contemporaneamente cibi tra loro incompatibili a causa di diverse o addirittura opposte esigenze digestive. Ricordiamo che fra i tanti tristi primati dell uomo c’e quello di essere l’unico animale che mescola i cibi
  • imparare a seguire mentalmente, concentrandosi durante la masticazione, il trasferimento della energia vitale, accumulata, come si disse, nel cibo vivo, da questo al nostro organismo

Ora, quanti di noi hanno già realizzato tutte queste tappe?

Probabilmente nessuno! Altrettanto probabilmente nessuno sarà totalmente soddisfatto della propria condotta alimentare, ma questo, a mio parere, è un bene, perchè costituisce uno stimolo a migliorare. Chi sta più avanti e chi sta più indietro, in questo lungo viaggio. E, d’altra parte, che sia veramente necessario percorrere questo lungo cammino ascendente ce lo dice lo stesso termine di cui ci fregiamo .”vegetariani”. Chi è “vegetariano”?. Chi pratica Il vegetarismo. E che cosa vuol dire “vegetarismo”?. I termini “vegetariano” e “vegetarismo” originano etimologicamente dalla radice indoeuropea VAG, che significa “sospingere, accrescere, fare crescere, rendere gagliardo”. Tale radice si ritrova poi, nella lingua latina, nel sostantivo VIGor (vigore, salute, gagliardia) e nell’aggettivo VEGetus (sano, vigoroso. pieno di vita). TENUTO CONTO DELL’ETIMOLOGIA DEL TERMINE, PER “VEGETARISMO” SI DEVE INTENDERE QUINDI UN SISTEMA DI VITA CHE RENDE L’INDIVIDUO “VEGETUS”, CIOE SANO, VIGOROSO. Nel linguaggio comune, tuttavia, il termine “vegetarismo” indica semplicemente un regime alimentare dal quale sono esclusi i cadaveri di animali (carne) ed il termine “vegetariano” indica chi accetta e pratica tale esclusione. Le varianti “vegetalismo” (o “veganismo) e “vegetaliano” (o “vegan”) si riferiscono ad un regime strettamente vegetale, con esclusione, quindi, anche dei sottoprodotti animali (uova, latte e derivati, miele), sebbene abbiano la stessa etimologia di “vegetarismo” e “vegetariano”.

Domanda : basta escludere dalla propria dieta i corpi degli altri animali (pesci e volatili compresi) o, più radicalmente, anche i sottoprodotti animali per potersi dichiarare “vegetus”? Io sono d’accordo con coloro che rispondono a questa domanda con un “no”, che motivo, portando qualche esemplificazione.

Conosco molte persone che si ritengono vegetariane “perchè non mangiano carne”, ma sostituiscono l’apporto proteico dell’eliminato cadavere con formaggi e legumi; il che, in linea di principio, potrebbe anche andare, ma il guaio è che mangiano quantità enormi di formaggi e legumi, percentualmente, peraltro, spesso più ricchi di proteine della carne eliminata, per cui essi soffrono a causa di stati patologici molto più gravi di quelli che sarebbero a loro derivati se avessero continuato a mangiare 100 gr. di carne al, giorno; fatto salvo, si intende, il positivo aspetto etico della rinuncia alla carne.

La sola e semplice eliminazione della carne, se non è accompagnata da quelle altre modificazioni del proprio sistema di vita che gradualmente porteranno ad essere veramente “vegetus”, perde in effetti molto valore.

Occorre, quindi, non solo eliminare la carne (passo, ripeto di primaria importanza, anzi essenziale e che deve pertanto avere la precedenza) ma tradurre in pratica tutte le altre modifiche alimentari cui accennammo, sia pure lentamente e con molta gradualità.

Si può infatti verificare anche il caso di chi, eliminata la carne, e ritenendosi così assolto dalla colpa di uccidere altri animali, si appiattisce su questo risultato, ritenendo che, essendosi salvata l’anima, si sia salvato anche il corpo; continua, quindi, a bere vino e altri alcoolici, a mangiare tutto cotto, a ingozzarsi di formaggi e uova, a fare mescolanze orrende, a ingoiare senza masticare, a supernutrirsi, a fare poco moto. Questa persona, naturalmente, accuserà vari malanni e se ne meraviglierà. Dirà :”Ma come, eppure ho eliminato la carne!”.

Occorre perciò cercare di essere vegetariani cioè, aspiranti a diventare, col tempo e con la perseveranza, ‘vegetus”) a pieno titolo, PERCORRENDO GRADATAMENTE TUTTI I GRADINI CHE ABBIAMO PRIMA ELENCATO. Ritenere che il vegetarismo abbia esaurito il suo compito non appena sia stato eliminato il cibo carneo è gravemente riduttivo e costituisce in un certo senso un immiserimento dell’ideale vegetariano, anche perchè l’uomo nel percorrere il lungo cammino che va dalla necrefagia, e dall’onnivorismo di fatto attuale, alla alimentazione “viva’, realizza una crescente eticità della sua alimentazione.

In conclusione, il dettato etimologico dei termine ‘”vegetarismo” deve avere per ognuno di noi il valore di monito ideale e di affermazione di propositi.

Un’altra domanda si impone : dovremmo perdere forse il diritto di chiamarci oggi “vegetariani” solo perché non abbiamo ancora raggiunto lo stato di “vegetus”? Io ritengo di no, assolutamente. Noi aspiriamo a diventare “vegetus” e siamo in marcia per poterlo divenire in futuro : per questa nostra aspirazione siamo “vegetariani” e in tale prospettiva operiamo nella “Lega per l’alimentazione viva”. Dobbiamo pertanto considerare come una nostra doverosa missione il farci portatori e divulgatori della grandiosità del compito del vegetarismo, che non è solo un sistema dietetico, ma un sistema di vita e, se si vuole, una dottrina, una rivoluzione pacifica e pacificatrice. Dal vegetarismo, inteso in tutta l’ampiezza del termine, deriveranno infatti, inevitabilmente, col tempo, benefiche conseguenze modificatrici del carattere e del comportamento interpersonale dell’individuo. Questo perchè l’aggressività che era generata dal cibo carneo e dagli altri eccitanti, dall’eccesso di proteine e dalla superalimentazione verrà, abolendosi tali deviazioni e tali eccessi, gradualmente meno e cederà il posto al rispetto della vita in tutte le sue forme (biocentrismo), alla comprensione, all’amore. Concorrerà al raggiungimento di tale obiettivo il fatto che, nel contempo, a misura che si diffonderà il vegetarismo, si recupereranno i terreni incolti e quelli oggi coltivati a piante voluttuarie e dannose o male finalizzate (caffè, the, tabacco, vite da vinificazione, cereali per allevamento di bestiame da macello, ecc.), dedicandoli, invece, a piante alimentari appropriate all’uomo : si potrebbe, così, nutrire abbondantemente una popolazione almeno 15 volte superiore a quellà attuale, che è di oltre 5 miliardi, cioè oltre 75 miliardi di uomini!. Verrebbe meno, di conseguenza, la competitività e la conseguente aggressività fra gli uomini e, anche per questo, si instaurerebbe la pace duratura sulla terra e un naturale comportamento nonviolento. Mi piace riportare, a tal proposito, le parole illuminanti di Edoardo Bratina : “L’unica nostra possibilità di sopravvivenza consisterà nel radicale cambiamento dell’alimentazione. Se l’alimentazione “viva” venisse adottata universalmente sparirebbero la fame nel, mondo, le rivalità fra nazioni ricche e quelle povere, l’incubo della guerra per il possesso delle risorse alimentari ed energetiche, ecc. .”

C’è tuttavia da aggiungere che il vegetarismo (ed il nostro statuto lo mette nel giusto rilievo) non può andare disgiunto dal rispetto ecologico dell’intera natura, alla quale occorre riavvicinarsi, pur conservando le principali conquiste tecnologiche fondamentali e pertanto il vegetarismo deve anche comprendere l’istanza naturista, con tutte le sue implicazioni e deve collaborare con il movimento igienista e con tutte le entità associative che si richiamano all’alimentazione naturale. Si verrà così a fondere armoniosamente, in conclusione, razionalità scientifica e motivazione etica, soddisfacendo in tal modo, globalmente, tutte le esigenze psicofisiche dell’uomo. Solo così, mi sembra, potremo a giusto titolo fregiarci dell’appellativo specifico e sottospecifico di “sapiens sapiens”, che accompagna il nostro nome generico di “Homo”.

Permettetemi di terminare con una mia riflessione, che può sembrare immaginifica, ma che ritengo fermamente ancorata ad un reale divenire in atto. Mi piace, cioè, immaginare gli attuali oltre 5 miliardi di uomini disposti su una scala lunghissima, ogni gradino della quale sia occupato da un essere umano. Oltre cinque miliardi di scalini. Tutti questi uomini sono impegnati nel “viaggio di ritorno all’alimentazione naturale”, viaggio lunghissimo, che dura già da parecchio. Ogni gradino rappresenta il punto al quale l’uomo che lo occupa è giunto nel faticoso recupero di tale alimentazione. Questo recupero è faticoso perchè l’uomo deve superare pregiudizi, forza delle abitudini errate, ostilità, conformismi, suggestioni, tentazioni, disinformazione, cedimenti della volontà di andare controcorrente, ecc. E tuttavia tutto è in movimento e il ragionamento, completato e sostenuto dalla motivazione etica, subentrato al posto del soffocato istinto, fa perseverare l’uomo nell’azione di bonifica della propria alimentazione. A misura che un individuo realizza un sia pur modesto, o anche modestissimo, progresso alimentare o etico, passa da un gradino a quello superiore e poi da questo ad un altro ancora più alto, e così ancora.

Mi piace anche pensare che le zone terminali superiori della scala siano occupate dai fruttariani che sono riusciti a coniugare, nell’alimento, la massima eticità con l’optimum dei bisogni naturali nutrizionali dell’individuo, essendo il frutto carnoso e dolce l’unico alimento biologicamente adatto all’uomo.

Tutti siamo, così, impegnati, chi velocemente, chi lentamente a liberarci da una alimentazione irrazionale, antinaturale e cruenta, che ci ha portato la violenza, la infelicità, l’odio, la sofferenza dovuta alle malattie, la morte prematura, la guerra, ecc.

Siamo, quindi, tutti in viaggio, viaggio lunghissimo, lunghissimo….

Più alto è il gradino occupato in questa lunghissima scala da ognuno di noi, tanto più grande deve essere la nostra pazienza e la nostra comprensione nei riguardi di chi è ancora dietro di noi e che dobbiamo aiutare a salire, con amore, tanto più che c’è anche chi sta più avanti di noi e dal quale dobbiamo apprendere, con umiltà e con riconoscenza.

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Nonostante la manifestata intenzione di dare al presente lavoro i limiti di una breve, prima presentazione della “Lega per l’alimentazione viva”, non si può concludere tale presentazione senza le seguenti note. Abbiamo accennato prima, qua e là, al biocentrismo, da sostituire alla visione antropocentrica della vita che tanto ha danneggiato sinora l’uomo il quale da una siffatta distorta angolatura ha ritenuto di trarre il diritto di dominare e di sconvolgere tutta la natura, di schiavizzare gli altri animali, di ucciderli e di mangiarne i cadaveri. Ebbene, i tempi sono fortunatamente cambiati e le recentissime scoperte dei due biologi americani Sarich e Wilson hanno sancito anche sul piano scientifico la inaccettabilità dell’antropocentrismo, dopo che tale inaccettabilità era stata decretata da tempo su un piano squisitamente etico. Occorreva però in Italia una accettazione ufficiale del biocentrismo da parte di un ministro della Pubblica Istruzione ed è ciò che felicemente è avvenuto ad opera del ministro Galloni il quale con la famosa circolare n. 49 del 4.2.1989, stabiliva fra 1’altro che “L’educazione ambientale deve stimolare negli studenti una particolare sensibilità per i problemi legati all’ambiente, al fine di CREARE UNA NUOVA CULTURA CHE TRASFORMI LA VISIONE ANTROPOCENTRICA DEL RAPPORTO UOMO-NATURA IN QUELLA BIOCENTRICA CHE CONSIDERA L’UOMO QUALE COMPONENTE DELLA BIOSFERA”.

Questo documento è di portata veramente rivoluzionaria, perchè radicalmente innovativo nel campo della educazione delle future generazioni. Purtroppo esso è rimasto inspiegabilmente inattivato e, data la sua fondamentale importanza, la “Lega per l’alimentazione viva” si propone di renderlo operante al più presto possibile”.

Dicemmo che l’uomo preistorico fa costretto, da vegetariano, a diventare carnivoro a causa degli stravolgimenti climatici che colpirono le terre da lui abitate.

Esistono però ogi animali vegetariani che, a differenza dell’uomo, non si sono allontanatl così radicalmente dalla loro alimentazione vegetariana originaria, come purtroppo facemmo noi. Ebbene, dando un rapido sguardo a questi animali, ci accorgiamo che:

  1. Gli animali più forti e resistenti alle fatiche fisiche sono vegetariani. Ad esempio, quelli che 1’uomo ha sempre sfruttato per eseguire pesanti lavori: bue, cavallo, mulo, asino. Ed ancora : l’elefante, il rinoceronte, l’ippopotamo, le scimmie antropomorfe (gorilla, scimpanzè, ourang-utan, siamango), ecc.
  2. Gli animali più prolifici sono ve-getariani (ad es. il coniglio).
  3. Gli animali più longevi sono vegetariani (ad es. l’elefante).
  4. Gli animali più pacifici sono vegetariani: tutti gli erbivori e tutti i frugivori-fruttariani.

Torniamo ad occuparci dell’uomo per chiederci quale influenza ha il vegetarismo nel campo delle prestazioni fisiche e sportive. Constatiamo così che sono innumerevoli I VEGETARIANI CHE OCCUPANO I PRIMI POSTI IN TUTTE LE GARE 0 ESIBIZIONI ATLETICO-SPORTIVE CHE RICHIEDONO RESISTENZA. IL MEDAGLIERE DEGLI SPORTIVI VEGETARIANI E’ RICCHISSIMO ANCHE NEL SETTORE DEI PRIMATI MONDIALI.

Diamo solo alcuni esempi di sportivi vegetariani :

  • OLLEY, corridore ciclista, campione nazionale inglese (196 miglia in 12 ore). GRUBB, ciclista, inglese anch’egli, recordman nazionale dell’ora.
  • GREG LEMOND, americano, ciclista, ha nel suo “curriculum” incredibili prestazioni: campione mondiale ad Altenrhein (’83). Tour de France nell’86 e ’89. Vincitore poi nell’ultimo campionato mondiale 1989 a Chambery. La Gazzetta dello Sport del 24.7 89 ha scritto di lui : “L’americano sarebbe stato in grado di continuare per altri 20 Km. ad oltre 54 all’ora. Le sue condizioni hanno destato stupore negli stessi medici…”
  • MILES, campione deI mondo di tennis per 10 anni.
  • HULDA CROOKS, 90 anni, vegetariana dalla nascita, ha scalato il monte WHITNEY, (4000 mt.) negli U.S.A. per ben 26 volte … (Paese Sera del 12.7.86).
  • KOHELMANIEN, finlandese, campione di marcia su strada.
  • PAAVO NURMI, leggendario campione di marcia su strada, recordman mondiale.
  • EMIL DERIAZ, recordman del tiro alla fune.
  • ZBYSKO e CYGANEWITCH, polacchi, campioni di lotta libera.
  • FRANCOIS PARADIS, canadese, campione mondiale di lotta/pesi leggeri.
  • TAYLOR, marciatore, medaglia d’oro.
  • NEWMANN E PFLEIDERER, vegetariani dalla nascita, campioni inglesi di marcia.
  • DOSE, tedesco, resosi famoso perchè unico vegetariano fra i 16 partecipanti, nelle gare di Lipsia, fu primo con 30 minuti di anticipo sull’orario previsto.
  • VIVIE, corridore ciclista, famoso per le sue scalate sui Pirenei. Nella Berlino-Schoenholz, di 112 Km., i primi 6 posti furono occupati da vegetariani ed il primo dei mangiatori di cadaveri giunse 7° un’ora dopo. Il I° dei 6 vegetariani fu KARL MANN, tedesco, che coprì il percorso in 14 ore e II’. Sempre Karl Mann vinse strepitosamente la Dresda-Berlino di 202 Km. in 26 ore e 52′, battendo tutti i records mondiali nei primi 100 Km. e arrivando a Berlino 2 ore prima del secondo concorrente!
  • Nella Hadley-Buckden, andata e ritorno, 97 miglia, solo i due partecipanti vegetariani hanno terminato la gara, impiegando 6 ore e 15′, perchè tutti gli altri concorrenti si erano ritirati.
  • BORZOV, campione mondiale sui 100: e 200 m.t.
  • MOSES, medaglia d’oro Olimpiadi ’76 e primatista mondiale nel ’76 e ’80.
  • ARNOLD SCHWARZENEGGER, campione di culturismo.
  • MAURIZIO ZANELLA, trentino, famoso “free-climber” (scalatore di montagne senza attrezzi), vedi. “Il Messaggero” del 3.9.87, che ne descrive le straordinarie imprese.
  • R. MESSNER, scalatore alpinista famosissimo per aver conquistato una decina delle cime più alte: del mondo senza l’aiuto di bombole di ossigeno.
  • Nel giro d’Italia ’87, lo scozzese R. MILLAR, si è classificato 2° e nell’88 in marzo è stato anche, maglia verde.
  • LUCIO ONGARO, docente all’I.S.E.F. (Istituto Superiore di Educazione Fisica), ex nazionale di pallacanestro.
  • ALEX RABASSA, portoghese, partito il 12 febbraio ’83 da Barcellona, ha compiuto una impresa record : 32.000 Km di marcia in 500 giorni circa!
  • BILL WALTON, giocatore di pallacanestro di fama internazionale.
  • MARCIE SCHWAN, maratoneta di fama mondiale, vegetariana da dodici anni ZATOPEK, atleta leggendario.
  • ENZO MAIORCA, pluricampione mondiale di immersione in apnea.

In tempi più recenti altri campioni nelle varie discipline come : WRIGHT (basket), R. DONADONI, S. NELA, BERUATTO, GRAZIANI, VIALLI (calcioì, BEN JONSON, primatista del mondo dei 100 mt. ’87, tennisti come IVAN LENDL, YANNICK NOAH, GUGLIELMO VILAS, ANGELA BANDINI, che nell’89, ha strappato proprio a Maiorca il suo record di immersione in apnea, portandolo a, 1077 mt. GELINDO BORDIN, campione mondiale di maratona ecc.ecc.

Concludiamo l’argomento con le seguenti due note :

Gli atleti greci si nutrivano esclusivamente di fichi, di nocciole, di formaggio, di granturco; erano i vincitori dei giochi olimpici. I gladiatori romani, rimasti famosi per la loro forza fisica eccezionale, si nutrivano di, focacce d’orzo e olio in prevalenza, sapendo che questo era il nutrimento che li rendeva forti. Per non dire dei soldati che nel “De bello Gallico” di Giulio Cesare, ci vengono descritti come mangiatori di farro.

I Prof.ri Ioteko e Kipani, dell’Università di Bruxelles, hanno potuto dimostrare che i vegetariani riescono a protrarre alcune particolari prove di potenza fisica per un tempo doppio o triplo rispetto ai carnivori, prima di accusare stanchezza e si riprendevano dalla fatica in un quinto del tempo necessario agli altri. (Da “Cibo per la pace” – Associazione internazionale per la coscienza – Fìrenze, 1984). Il vegetarismo è assai diffuso nel mondo dello spettacolo: PAUL e LINDA Mc. CARTNEY, DONOVAN, YOKO ONO, MICHAEL JACKSON, GEORGE HARRISON, BOB DYLAN, MADONNA, STYNG, PETER GABRIEL, PETER TOSCH, BOB GELDOF, ORNELLA MUTI, ROMINA POWER, ALAN SORRENTI, SYDNE ROME, BRIGITTE NIELSEN, ELIZABETH TAYLOR, ENZO TORTORA, KA BIR BEDI, CARLO e DIANA d’INGHILTERRA, JEAN-PIERRE AUMONT, PAT BOONE, ILARIA OCCHINI, IVAN CATTANEO, PINO DANIELE, EDOARDO DE FILIPPO, PAOLA PITAGORA, GIORGIO ALBERTAZZI, MARGARET LEE, GRETA GARBO, GLORIA SWANSON, CLAUDIA MORI, SIDNEY POITIER, OTTO PREMINGER, MARIA GRAZIA BUCCELLA, ADRIANO CELENTANO, lo scrittore MORAVIA… Sono inoltre vegetariani illustri personaggi della medicina moderna come VERONESI, direttore dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano; RENATO DULBECCO, premio Nobel per la medicina, GABRIELE BIANCHI PORRO, primario gastroenterologo all’Ospedale Sacco di Milano; il Dott. DELOR che è stato Presidente dell’Associazione Vegetariana italiana (AVI), ecc. L’elenco potrebbe naturalmente continuare ancora per molte pagine…

I1 vegetarismo porta ad una vera e propria dilatazione della mente. Il pensiero diventa più lucido e penetrante. La capacità di autocontrollo e la resistenza al lavoro intellettuale aumentano notevolmente.

A parte la famosa frase di GIOVENALE, “MENS SANA IN CORPORE SANO”, sta di fatto che gli uomini più intelligenti, più colti, più aperti, gli spiriti più nobili e più tolleranti del mondo, in tutti i tempi, si annoverano fra i vegetariani, in tutti i campi della cultura : nelle scienze, nella filosofia, nelle arti, nella letteratura, nella medicina, ecc.

Diamo qui di seguito un elenco, largamente incompleto, in ordine alfabetico, di alcuni dei più illustri vegetariani e sostenitori del pensiero vegetariano che con le loro opere e con i loro esempi hanno dato all’umanità delle guide sicure.

ANDERSEN

ARISTOTELE

BACONE

BYRON

CALVINO

CAPITINI

CICERONE

CINCINNATO

DARWIN

DIOGENE

DOSTOJEVSKY

EDISON

EINSTEIN

EPICURO

ERODOTO

ESCHILO

ESIODO

EURIPIDE

FLAUBERT

FRANKLIN

FREUD

FROMM

GALENO

GANDHI

GIOVENALE

GOETHE

HUGO

IPPOCRATE

JUNG

KAFKA

LAMARTINE

LEIBNIZ

LEONARDO

LEVI-STRAUSS

LORENZ K.

LUCREZIO

MAHLER

MARCO AURELIO

MARCUSE

MONTESSORI

MORO TOMMASO

NEWTON

NIETZSCHE

ORAZIO

OVIDIO

PAGANINI

PASCAL

PITAGORA

PLATONE

PLINIO

PLUTARCO

ROUSSEAU

RUSSEL B.

SCHOPENHAUER

SCHWEITZER

SENECA

SHAW B.

SHELLEY

SHELLING

SIBELIUS

SINGER

SOCRATE

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Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Il mito degli aminoacidi essenziali, a cura del Prof. Armando D’Elia

Il mito degli aminoacidi essenziali

A cura del Prof. Armando D’Elia – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Naturalista, chimico, studioso di dietetica vegetariana

I 22 aminoacidi (20 secondo Berg, 22 secondo Sherman) esistenti, come già detto, negli alimenti si dividono, secondo la nutrizionistica ufficiale, in due categorie: quella dei 14 aminoacidi che possono essere prodotti (sintetizzati) dall’organismo umano (e che quindi non è necessario che siano presenti nei cibi) e quella degli aminoacidi chiamati “essenziali” (8 o 10) che invece, non potendo (si ritiene) essere sintetizzati dall’organismo umano, dovrebbero essere assunti con gli alimenti ( sono stati chiamati “essenziali” per indicare che sono indispensabili alla vita e quindi di importanza capitale).

Gli 8 aminoacidi “essenziali” sarebbero: fenilalanina, isoleucina, leucina, lisina, metionina, treonina, triptofano, valina. Ma nella fase di crescita da alcuni sono ritenuti “essenziali”, e quindi fabbricabili dall’organismo, altri due aminoacidi, la arginina e la istidina, che l’organismo infantile non produrrebbe in quantità sufficiente.

I restanti aminoacidi, non essenziali, sarebbero (in ordine alfabetico): acido glutammico, alanina, arginina, asparagina, cisteina, glicina, istidina, norleucina, ossiprolina, prolina, serina, tirosina; la cisteina e la tirosina sono considerati “semiessenziali” perchè si possono sostituire alla metionina e alla fenilalanina.

Secondo la cosiddetta “scienza dell’alimentazione” ufficiale le proteine (di un qualsiasi cibo) dovrebbero ritenersi in linea generale tanto più valide sul piano nutrizionale quanto più esse sono ricche di aminoacidi essenziali, i quali, sempre secondo la scienza ufficiale, conferirebbero alla proteina il “carisma” del proprio valore biologico; conseguentemente dovrebbero essere considerate di elevato valore biologico le proteine di origine animale (carne, compresa quella di pesce, latte e derivati, uova) perchè “ricche di amminoacidi essenziali, mentre le proteine vegetali consentirebbero solo per un breve periodo l’accrescimento ed il mantenimento degli individui in quanto conterrebbero quantità insufficienti di uno o più aminoacidi essenziali, quindi avrebbero un valore biologico inferiore a quello della carne e dei sottoprodotti animali.Ecco un commento a siffatta argomentazione pseudoscientifica, espresso dai proff. Ribaldone e Bianucci:” Secondo i dietologi, solamente le proteine animali, ossia quelle contenute nelle carni, nelle uova, nel latte e derivati, sono in grado di fornire tutti gli aminoacidi essenziali e in quantità adeguata alla necessità dell’organismo. Questa affermazione tuttavia non può mancare di destare perplessità, considerate le eccellenti condizioni di salute di persone che seguono una dieta strettamente vegetariana”.

Diviene necessario, a questo punto, richiamarsi ad una fondamentale considerazione. Gli aminoacidi cosiddetti `’essenziali” sono sintetizzati dai vegetali, loro unica sede genetica; dai vegetali, infatti, li prelevano gli erbivori (per loro unica fonte di prelievo diretto), ma anche i carnivori (per loro, però, fonte di prelievo indiretta). Gli altri aminoacidi cosiddetti “non essenziali” possono essere sintetizzati anche nel nostro organismo (oltre che nei vegetali, è ovvio), ma perchè si possa compiere tale sintesi, occorre che l’organismo disponga del gruppo aminico – NH2 (generalmente fornito dall’aminoacido essenziale attraverso l’enzima “transaminasi”) e del gruppo carbossilico-COOH che diventa disponibile in conseguenza del metabolismo dei glicidi e dei grassi. Quindi le proteine di origine animale, (prodotte, cioè, dall’organismo animale) sono il risultato di una sintesi strettamente condizionata da quella vegetale perchè è dal regno vegetale che viene assunta la quota degli aminoacidi “essenziali”, già pronti. senza dei quali nessun animale (compreso naturalmente, l’animale “uomo”) potrebbe sintetizzare proteine complete, ma soltanto proteine contenenti aminoacidi “non essenziali”, ritenute “di scarso valore biologico”.

In realtà,

TRA PROTEINA DI ORIGINE VEGETALE E PROTEINA DI ORIGINE ANIMALE NON PUO’ ESISTERE DIFFERENZA CHE POSSA IN PRATICA PREGIUDICARE, PREFERENDO L’UNA O L’ALTRA FONTE, UNA CORRETTA NUTRIZIONE SOTTO L’ASPETTO AMINOACIDICO, CIOE’ PROTEICO.

A differenza di come ci si comporta con gli alimenti di origine animale, che sono relativamente pochi, per l’opzione vegetale occorre una più accurata conoscenza affinchè venga soddisfatto il nostro bisogno proteico data la estesa varietà dei prodotti vegetali commestibili che la Natura ci offre. Nel capitolo che in questo lavoro verrà dedicato alla trattazione del fabbisogno proteico dell’uomo, si parlerà anche di questo argomento e se ne parlerà poi anche a proposito della antieconomicità delle proteine animali. Certamente la quota proteica dei vegetali in genere è in grado di coprire adeguatamente le nostre esigenze in fatto di approvvigionamento di proteine, tenendo sempre presente, però, che le esigenze proteiche sono esigue rispetto a quelle di glucidi, che nel metabolismo nutrizionale umano hanno importanza primaria.

C’è subito da notare che le proteine presenti nel regno vegetale possono accumularsi (formando dei depositi, ai quali la pianta può attingere per il suo sviluppo) nei semi (di leguminose, graminacee, ecc.), con medie che vanno da un minimo del 7% del riso (graminacea) al 25% della leguminosa lenticchia. INVECE . NEL REGNO ANIMALE (E QUINDI ANCHE NELL’UOMO) LE PROTEINE NON HANNO QUESTA POSSIBILITA’ DI ACCUMULARSI E FORMARE DEI DEPOSITI DI RISERVA: PERTANTO IL RIFORNIMENTO DI PROTEINE DEVE ESSERE CONTINUO. ANCORCHE’ ESIGUO (COME VEDREMO). E QUESTA CONTINUITA’ E’ ASSICURATA DA QUELLA “UBIQUITA”‘ DELLE PROTEINE ALLA QUALE SI E’ ACCENNATO,PRESENTANDOLA COME “INFORMAZIONE INDISPENSABILMENTE PRIORITARIA” NEL CAPITOLO INTRODUTTIVO DEL PRESENTE LAVORO..

Intanto, una prima conclusione si può trarre a proposito degli aminoacidi “essenziali”: avendo dimostrato poco prima che essi sono assunti dagli erbivori mangiando dei vegetali, ci sentiamo di concordare con H.Shelton, il quale afferma “che non v’è alcuna ragione per supporre che anche l’uomo non possa fare altrettanto nutrendosi direttamente di vegetali. Inoltre, se diamo uno sguardo al mondo animale, vediamo che in genere i carnivori non si nutrono di altri carnivori, ma di erbivori, cioè di animali che hanno costruito il loro corpo con i vegetali”.

Ma c’è di più ! Al Congresso internazionale sulle proteine tenutosi a Berna il prof. A.Abelin negò addirittura che negli alimenti destinati all’uomo sia indispensabile la presenza di aminoacidi essenziali, affermando che essi possono essere sintetizzati dall’organismo umano, come gli aminoacidi non essenziali; tanto è vero che, attraverso indagini cliniche, tali aminoacidi essenziali sono stati riscontrati in sufficienti quantità anche in individui i cui cibi ne erano totalmente privi. Il noto prof. E.Schneider commenta così questa clamorosa notizia: “Questa scoperta ha demolito tutto ciò che sinora si credeva di sapere sul metabolismo delle proteine in quanto ha dimostrato che non ha importanza il tipo di proteine assorbito, dato che la cellula vivente è capace di utilizzare ogni alimento che contenga proteine., edificando poi autonomamente quei composti di cui l’organismo ha specifico bisogno” (Schneider – La santé par les aliments – Dammarie- les – Lys, 1982).

Il prof. Curthbertson, dell’Istituto delle ricerche di Aberdeen, nel Sud Dakota, dice: “L’idea che le proteine animali siano superiori a quelle vegetali è senza alcun fondamento. Le esperienze fatte per dimostrare la pretesa superiorità delle proteine animali hanno utilizzato proteine sottoposte in precedenza a processi selettivi e di purificazione che le avevano denaturate completamente. Peraltro, alcune di queste proteine erano sintetiche. Orbene, le proteine naturali della nostra abituale alimentazione, introdotte nel corpo umano, che è “vivente”, manifestano capacità e proprietà del tutto differenti dalle risultanze sperimentali di laboratorio”.

René Suzineau commenta così le suddette dichiarazioni di Curthbertson: “Bisogna farla finita una buona volta con il pregiudizio che proteine e carne sono sinonimi.”

Occorre inoltre tenere presente un fatto a nostro parere assai importante, cioè la capacità che ha il nostro organismo di realizzare quelle “trasmutazioni biologiche” la cui scoperta si deve al famoso fisico francese Louis Kervran, membro dell’Accademia delle scienze di New York. Secondo questa scoperta il nostro organismo, con l’intermediazione della flora intestinale, può sintetizzare anche gli aminoacidi essenziali partendo dagli aminoacidi presenti nelle proteine della frutta e degli ortaggi o da altri composti organici. Esiste indubbiamente una “intelligenza innata” del corpo umano, una intelligenza “sicura” che non ha nulla a che vedere con quella cosciente del cervello e che, essendo immensamente più sofisticata della nostra mente pensante, rende il corpo capace di produrre regolarmente tutte le proteine che gli sono necessarie, nel modo migliore, utilizzando i prodotti della digestione degli alimenti, purchè questi siano – questo è il punto ! – quelli naturali, cioè quelli che la Natura ci ha assegnato perchè confacenti alla nostra anatomia, alla nostra fisiologia, ai nostri istinti.

Sempre a proposito degli aminoacidi essenziali, non bisogna dimenticare che certi trattamenti termici (leggi “cottura”) provocano un decadimento del valore biologico delle proteine causato proprio dalla distruzione totale o parziale di codesti aminoacidi ritenuti “essenziali”. Tale distruzione è dovuta al fatto che, attraverso polimeri intermedi, le proteine vengono idrolizzate.

Ci sembra utile a questo punto riportare il giudizio che sull’argomento ha formulato il prof. Antonio Carnevale, dell’Università di Napoli: “Purtroppo l’uomo, specie nei paesi industrializzati ad alto livello socio-economico, continua a dimostrare chiara tendenza al consumo di alimenti carnei, nella convinzione che siano costituiti da “proteine nobili”, falsa credenza che trova la sua origine, oltre che nei pregiudizi, nella disinformazione scientifica. A tal riguardo, va sottolineato che non l’opinabile, ma l’oggettivo dovrebbe costituire quel patrimonio culturale scientifico che consente di nutrirsi consapevolmente, tutelando la propria salute, alla luce della ragione e dei riemergenti nostri istinti alimentari”.

– Occorre anzitutto rammentare che i dieci aminoacidi “essenziali” furono dichiarati tali in seguito a sperimentazioni effettuate da W.C.Rose, dell’Università dell’Illinois, sui topi bianchi partendo dal presupposto che i fabbisogni di questi rosicanti siano “eguali a quelli dell’uomo”. Il che non è vero, dato che già in condizioni normali il loro biochimismo fisiologico è lontanissimo da quello umano: come si vedrà fra poco, gli animali, oltre a reagire alle sostanze chimiche in modo assai diverso dall’uomo, presentano livelli di sopportazione differenti e differenti parametri di intossicazione.

Basterebbe ricordare che i topi, per crescere normalmente, hanno bisogno di un latte fortemente proteico (il “loro” latte contiene il 9,5% di proteine) mentre l’organismo umano cresce normalmente con un latte (quello umano) che contiene lo 0,9% di proteine (appena un decimo. quindi, di quello dei topi) e che permette di raddoppiare il peso del neonato umano in 180 giorni. Se, durante I’allattamento, ci si stacca da tali normali tassi proteici, si manifestano vistose turbe o per carenza o per overdose di proteine.

Se poi si prendono in considerazione le condizioni in cui tali ricerche di laboratorio sono abitualmente condotte, condizioni che stravolgono le condizioni fisio-psichiche degli animali, le riserve sulla attendibilità dei risultati così ottenuti divengono ancora più legittime.

Nonostante questo, sta di fatto che purtroppo “LE NOSTRE CONOSCENZE SUGLI AMINOACIDI ESSENZIALI RELATIVE ALLA ALIMENTAZIONE UMANA VENGONO SICURAMENTE DA ESPERIMENTI FATTI SUI TOPI BIANCHI” (da “I1 punto di vista molecolare” – Biological Sciences Curriculum Study).

In verità nessun risultato di sperimentazioni eseguite sugli altri animali può essere estrapolato e trasferito “tout court” sull’uomo. Tanto per restare sui ratti basta ricordare il famoso (anzi, “famigerato”) Talidomide. farmaco che provocò migliaia di casi di bambini focomelici e che fu messo in commercio (e poi ritirato !) proprio perchè, sperimentato sui topi, risultò innocuo a questi rosicanti e pertanto venne con criminale leggerezza ritenuto innocuo anche per l’uomo. Invece….

Altri esempi: per scimmie e criceti la stricnina è innocua e le galline la sopportano in una quantità dieci volte superiore alla dose letale per l’uomo e questo vale – pare – anche per l’oppio. Ancora, per le pecore l’arsenico è una sostanza pressochè innocua e per conigli e criceti la penicellina è letale. Il dott. L. Goldberg (dell’Istituto Karolinska di Stoccolma) dice: “Non esiste davvero una ragione logica per trasferire sugli uomini i risultati ottenuti con sperimentazioni effettuate su animali”. Il Nobel dott. R. Koch ribadisce: “Una sperimentazione effettuata sugli animali non dà mai un’indicazione sicura”. Il prof. M. Rohrs di Hannover dichiara: “Nessun scienziato serio potrà contestare il fatto che i dati raccolti sugli animali non possono essere trasferiti sull’uomo”. Il dott. H. Stiller afferma: “L’odierna ricerca sul cancro è il capitolo più vergognoso e triste: sono state sperimentate con successo sugli animali più di 300.000 sostanze e 6.000 farmaci anticancro e tutti questi esperimenti sono falliti sull’uomo”. Qualcosa di simile c’è da aspettarsi anche per l’AIDS. E tuttavia fu proprio in seguito ad esperimenti condotti sui topi che vennero dichiarati “essenziali” gli 8 aminoacidi anzidetti. Nel contempo però vennero alla luce alcune notevoli anomalie: per esempio, la lisina, la fenilalanina e le leucina, che risultavano “essenziali” sia per l’uomo che per il ratto già adulto, non risultavano invece “essenziali” per i ratti in via di accrescimento. Altri dubbi sorsero sperimentando su animali diversi dai ratti.

-Cominciarono così a formularsi non poche riserve sulla validità per l’uomo dei dati ottenuti sui ratti. Finalmente, lo stesso W.C. Rose (prima citato), nel 1949 (a conclusione dei suoi studi) ammise che non ci si poteva affidare solo alle sperimentazioni sui ratti e che occorreva sperimentare direttamente sull’uomo, onde conoscere con maggiore attendibilità quali e quanti aminoacidi essenziali occorrono veramente all’animale “uomo”.

Il Rose stesso compose quindi una dieta speciale comprendente, a suo parere, tutti i principii alimentari presenti nei cibi, in quantità sufficiente a mantenere l’equilibrio azotato e sperimentò su individui di sesso maschile, adulti. Vale la pena, per comprovare quanto si dirà dopo, descrivere la composizione di tale dieta. Essa era basata su emulsioni acquose, prive di azoto e sottoposte poi a cottura, di amido di mais, zucchero industriale, burro, olio di mais, sali inorganici. A queste sostanze vennero aggiunti wafers ed una sospensione di aminoacidi purificati. Le vitamine erano fornite mediante olio di fegato di merluzzo, cloridrato di tiamina, riboflavina, nicotinamide, cloridrato di piridossina, acido ascorbico, tocoferolo, pantotenato di calcio, estratto di fegato, succo di limone dolcificato.

Come si vede, si tratta di una dieta assolutamente innaturale, impraticabile nella vita normale quotidiana perchè, tra l’altro, è caratterizzata dall’assunzione di sostanze che derivano da un’assurdo e deprecabile frazionamento degli alimenti offertici integri dalla Natura.

II prof. Diamond, a proposito della presenza di “aminoacídi purificati” nella dieta di Rose, della quale sostiene la inaffidabilità, commenta ironicamente :”noi mangiamo alimenti, non aminoacidi purificati ! “

Tuttavia lo stesso Rose, pur riconoscendo lealmente come innaturale la dieta da lui stessa composta, insistette nel sostenere la validità di una sua “tabella degli aminoacidi essenziali”, corredata con i fabbisogni giornalieri minimi dei vari aminoacidi, scegliendo, come aminoacido di riferimento, il triptofano, fatto eguale ad 1.

Secondo il Rose, qualora per un solo aminoacido non si raggiungesse il minimo, il fabbisogno azotato non potrebbe essere più coperto; anche qui, però, il Rose venne smentito da altri ricercatori, ad esempio da E.J.Nasset che sulla “Rivista mondiale di nutrizione e dietetica” (World Review of Nutrition and Dietetics) sostenne invece “che il corpo può ricuperare , con dei meccanismi particolari, qualsiasi aminoacido assente ( o presente in misura ritenuta insufficiente) attingendo alle proprie riserve”.

In seguito altre voci critiche si aggiunsero a quella di Nasset; fra loro spiccano i nomi di Terroine, Waterlow, Gjorgy i quali, nel Simposio tenutosi alla Princeton University nel 1955, portarono la critica soprattutto sulla eccessiva resa energetica della dieta di Rose (1000 kcal in più del fabbisogno normale !). Successivamente Tremolières e Jacquot nel 1957 posero in evidenza il fatto che i risultati ottenuti dal Rose non potevano avere un valore generale data la grande differenza esistente, in quanto al fabbisogno di aminoacidi, nei diversi soggetti in esperimento, (differenza addirittura, in certi casi, del 100% !), come anche in ordine alla diversa capacità di sintesi. Tali critiche serrate indussero finalmente il Rose ad ammettere che i risultati da lui ottenuti dovevano essere ritenuti validi “limitatamente alle “condizioni sperimentali” e, a proposito delle obiezioni riguardanti le diverse capacità di sintesi, dichiarò che i suoi esperimenti avevano solo il carattere di un “tentativo di valutazione” (concetto da lui espresso con la famosa frase “strickly tentative values”).

Nonostante tali pesanti limiti ed i conseguenti interrogativi sulla validità dei predetti esperimenti, oggi in pratica tutta la dietologia ufficiale “continua assurdamente ad accettarne i risultati”, come constata uno dei maggiori nutrizionisti italiani, il prof. Gino Secchi. Che dire di questa assurda situazione ?.

Peraltro, nell’alimentazione ordinaria le proteine si completano tra di loro ed inoltre il loro valore reale è condizionato dalla compresenza sinergica di vitamine (essenziali per l’assorbimento delle proteine), enzimi e sali minerali.

Da aggiungere che nel 1951 fu introdotto un nuovo mezzo di valutazione, chiamato “Essential Amino Acids Index” (indice degli aminoacidi essenziali, in sigla EAAI), con il quale si utilizza la composizione chimica in aminoacidi delle proteine per formulare un giudizio sul valore biologico delle proteine prese in esame. Praticamente, facendo uguale a 100 la composizione in aminoacidi delle proteine dell’uovo, si rapporta a tale dato il contenuto in aminoacidi essenziali delle varie altre proteine.

– La International Society for Research ori Nutrition and Vital Statistics (Società Internazionale di ricerca sulla nutrizione e statistica sulla vita), che conta circa quattrocento membri tra medici, biochimici, nutrizionisti e naturalisti, nel Congresso tenuto a Los Angeles nel 19v0, proclamò la necessità di una revisione radicale delle tabelle, oggi in uso, dei fabbisogni presunti di proteine da parte dell’uomo, essendo ormai maturata la necessità di riesaminare tutto alla luce di più moderne acquisizioni.

– É necessario a questo punto sottolineare che TUTTE le sostanze nutritive si formano nel regno vegetale, anche LE PROTEINE, a cominciare naturalmente dagli aminoacidi che le costituiscono, COMPRESI. QUINDI GLI AMINOACIDI ESSENZIALI. Le proteine passano con gli alimenti, nel corpo degli animali, e si scindono, come si disse. nei vari aminoacidi costituenti per poi ricostituire le “proteine specifiche proprie di ogni animale”: questo avviene sia direttamenteeltamente (mangiando i vegetali) sia indirettamente (mangiando corpi di animali che si nutrivano di vegetali).

 – Sono le piante, quindi, che fabbricano gli aminoacidi, partendo, come si vide, dall’aria, dall’ acqua e dalla terra: SENZA LE PIANTE NON POTREBBE ESISTERE VITA ANIMALE SULLA TERRA.   Si vide anche – è bene ripeterlo ! – che, studiando il ciclo dell’azoto, si comprende come le piante riescono a costruire prima gli aminoacidi e, con questi, poi le proteine, partendo da azoto inorganico, che riescono ad “organicare”.

– Comunemente il “valore biologico” delle varie proteine alimentari si ritiene possa essere più compiutamente espresso dal cosiddetto “indice di utilizzazione netta proteica” (indicato con la sigla N.P.U.) che. tenendo conto della digeribilità delle proteine, intende esprimere la percentuale di proteine realmente utilizzata dall’organismo, essendo questo in fin dei conti il dato che interessa.

Secondo la medicina ufficiale l’N.P.U. di un alimento sarebbe tanto più alto quanto più il modello degli aminoacidi delle sue proteine è vicino a quello umano; non solo, ma si sostiene – sempre dalla medicina ufficiale – che affinchè gli aminoacidi (derivati dalla scissione delle proteine ingerite) possano effettuare poi la sintesi delle proteine umane, le proteine ingerite dovrebbero contenere in partenza TUTTI gli 8 aminoacidi “essenziali” e nelle stesse proporzioni in cui si trovano nelle proteine umane; si sostiene ancora – se ne è già accennato – che solo le proteine della carne e dei sottoprodotti animali (uova, latte e derivati dal latte) sarebbero “complete” nel senso sopraddetto e qualitativamente adatte alla nutrizione ottimale dell’uomo, mentre quelle vegetali sarebbero proteine incomplete perchè carenti di uno o più aminoacidi essenziali.

Cosìcchè furono battezzate “nobili” le prime e declassate come inferiori” “plebee !” (commento dell’autore del presente lavoro).  le seconde.

Ebbene, le suddette valutazioni sono da considerarsi errate. Per le seguenti ragioni.

Premesso che la digeribilità e l’assorbimento delle proteine vegetali sono eccellenti specie se sono ingerite crude (cioè senza che abbiano subito l’azione sicuramente deleteria della cottura) è assurdo ritenere che le proteine animali debbano essere preferite per il fatto che esse sono (ovviamente, dato che l’uomo è un animale) più simili a quelle del corpo umano di quelle vegetali. Harvey Diamond così commenta tale rozza ipotesi della medicina ufficiale: “In realtà questo sarebbe un ottimo motivo per mangiare il proprio vicino, ma persino il più inveterato divoratore di carne troverebbe questa prospettiva abbastanza ripugnante”; naturalmente – commento dell’autore del presente lavoro -“i dietologi dovrebbero, come logica conseguenza, consigliare l’antropofagia”.

D’altra parte esistono innumerevoli vegetariani che, assieme ad un crescente numero di vegetaliani, godono ottima salute, ciò che non si può dire di moltitudini di uomini carnivori. Osservando poi il restante mondo animale, si constata che gli animali più forti e che da secoli l’uomo utilizza per la loro forza e la loro resistenza fisica (buoi, cavalli, asini. muli, cammelli, bufali, elefanti, ecc.) si nutrono solo di vegetali, dalle cui proteine ricavano tutti gli aminoacidi necessari alla costruzione delle loro proteine specifiche.

  Il gorilla, che si nutre anch’esso di soli vegetali e che è anatomicamente e fisiologicamente assai vicino all’uomo, ci offre, allo stesso fine, un altro esempio mirabile; ce ne parlano a lungo i due autorevoli primatologi John Aspinal (direttore del Centro londinese di ricerche sui gorilla) e Adrien De Schryver.

– I fatti, quindi, ci dicono che per vivere in buona salute e mantenersi in forma non è necessario mangiare nè carne (neanche quella di pesce, naturalmente) nè sottoprodotti della vita animale [latte (e derivati) e uova]. Il buon senso e la logica elementare dovrebbero a questo punto suggerire che l’importanza e l’eloquenza dei fatti dovrebbero contare più delle ipotesi o delle costruzioni teoriche, specie quando, come nel nostro caso, si può facilmente constatare che diventando vegetariani effettivamente la nostra salute migliora. Ed è proprio alla luce dei fatti che la faccenda di questi aminoacidi `’essenziali” appare alquanto strana e comunque, “discutibile”, per cui la problematica derivata e poi “imposta” dalla loro pretesa “essenzialità” è tutta da verificare, come da più parti, anche molto autorevoli, sempre più insistentemente si richiede. In conclusione, la teoria degli aminoacidi essenziali si configura sempre più come un autentico “mito” ! Sebbene tale teoria trovi ancora spazio nella nutrizionistica ufficiale, si può facilmente prevederne il prossimo crollo giacchè molte affermazioni teoriche che riguardano questi composti sono in stridente contrasto con i fatti reali: si insiste, fra l’altro, a sostenere la validità del concetto della utilizzazione proteica netta (N.P.U.) di cui prima s’è parlato (e che è pur sempre basata sugli aminoacidi essenziali).

– Si è vista inoltre la necessità della designazione di una “proteina di riferimento”; in poche parole, per potere giudicare sulla completezza o meno di una proteina, cioè sul suo cosiddetto

“valore biologico” occorreva confrontare gli aminoacidi in essa presenti con quelli presenti in una proteina “campione” o, come si suol dire “di riferimento”. Già il Rose – s’è detto prima – aveva scelto il triptofano come “aminoacido di riferimento”, ma poi dei biologi decisero di ampliare tale metodica e di riferirsi ad una proteina e a questo scopo i comitati di esperti congiunti FAO-OMS rimasero dubbiosi se creare un “campione-modello” teorico (la ricorrente tentazione delle costruzioni teoriche !) oppure riferirsi ad una proteina realmente esistente. Prevalse questa seconda tesi, ma questo però non migliorò molto le cose in quanto, avendo poi deciso di scegliere tra una triade di proteine (del latte umano, del latte vaccino e dell’uovo) non fu adottata una decisione univoca e così tuttora si impiegano riferimenti diversi, con conseguenti frequenti occasioni di equivoci.

Tuttavia i consensi più numerosi furono per la proteina dell’uovo, ritenuta tra le più idonee a soddisfare le necessità plastiche dell’organismo umano: in pratica, facendo uguale a 100 la composizione in aminoacidi dei protidi dell’uovo e attribuendo a tali protidi il più alto valore biologico (97), si rapporta a questa il complesso degli aminoacidi cosìddetti “essenziali” contenuti nelle varie proteine: il risultato di tale rapporto percentuale è, appunto. il “valore biologico”, detto anche “indice chimico”.

“A questo metodo – commenta il Secchi – bisogna dare un valore relativo e teorico poichè si ritengono fra loro equivalenti i valori dei vari aminoacidi essenziali. i quali, però, in realtà non presentano caratteri di sostituibilità reciproca. Anche questo rapporto non può quindi avere un valore puramente orientativo”. Nè c’è da meravigliarsi per tale mancanza di certezze perchè da una base così incerta e inaffidabile quale è la teoria degli aminoacidi essenziali, non possono che derivare risultati egualmente incerti.

Aggiungiamo che si usano anche, come sistemi di valutazione:

– il valore biologico vero e proprio (VB), cioè la quantità di azoto proteico che, assorbito, viene trattenuto nell’organismo per i bisogni di conservazione e di crescita

– la digeribilità di una proteina (D), cioè I’azoto realmente assorbito

– l’indice di “utilizzazione netta proteica” (NPU), che è il prodotto del valore biologico per la digeribilità

– Per la nutrizione dei lattanti la proteina di riferimento adottata comunemente è quella del latte umano. Comunque, nel 1974 il National Research Council propose alla classe medica un artificioso modello di aminoacidi essenziali “purificati” (Food and Nutritional Board: Recommanded Dietary Allowances, Sth Rev.Ed., Washington) nel quale figurano le presunte quantità necessarie (all’uomo) dei diversi aminoacidi essenziali, tre dei quali (triptofano, lisina e metionina) si comporterebbero come aminoacidi “limitanti”. Per comprendere il significato dell’aggettivo “limitante”, basta pensare che anche in una proteina “completa” gli aminoacidi “essenziali” possono essere presenti in percentuali diverse e l’aminoacido che è presente in minore quantità assume le funzioni di fattore limitante e quindi il nome di aminoacido “limitante”, nel senso che tutti gli altri aminoacidi necessari a formare la nuova proteina verrebbero utilizzati non in proporzione alla loro presenza percentuale reale, ma in rapporto alla quantità dell’aminoacido “essenziale” riscontrato in minore quantità. Pertanto, la nuova proteina verrebbe prodotta solo finchè dura la scorta dell’aminoacido presente in minore misura e se un aminoacido “essenziale” manca totalmente gli altri resterebbero inattivi per le produzioni successive pur essendo egualmente utilizzati a scopo energetico. Si esporrà più avanti una motivata critica di questa tesi. Tenendo presente il modello proposto dal Food and Nutritional Board accennato nello stelloncino precedente, i suddetti tre aminoacidi “limitanti”, se riscontrati a sufficienza negli alimenti, dovrebbero costituire la condizione indispensabile perchè le proteine, contenendo tutti gli altri aminoacidi essenziali, possano dirsi “complete”.

Va da sè che applicando questo modello risultano favoriti i cibi di origine animale in quanto, come già si disse, questi contengono, ovviamente, gli aminoacidi cosiddetti “essenziali” più o meno nelle stesse proporzioni che si riscontrano nel corpo dell’animale uomo.

Risulta ormai chiaro da quanto succintamente detto finora che la teoria degli “aminoacidi essenziali”, la “teoria dell’aminoacido limitante” e la teoria della “utilizzazione netta proteica” sono tre autentici “miti”; secondo alcuni studiosi addirittura dei “FALSI PREMEDITATI” che se acriticamente applicati portano in pratica alla valorizzazione alimentare dei prodotti animali, tutelando così di fatto, i grossi interessi economici legati a filo doppio al carnivorismo, interessi che ovviamente, da una diffusione del vegetarismo riceverebbero danni certi.

Si pensi solo agli allevatori e ai commercianti di bestiame, ai fabbricanti di salumi, alle industrie dei farmaci per la zootecnia, alle catene delle macellerie, all’industria della pesca, ai mattatoi, ai cacciatori e relative industrie di armi da caccia, all’industria della surgelazione di carnami e di prodotti ittici, ecc, ecc.: un complesso imponente di poteri economici multinazionali, quindi politici (specie se a livello di lobbies) !

 – Naturalmente, accanita difesa di questi “miti”, artificiosamente tenuti in vita, si avvale anche dell’opera, certo non disinteressata, di clinici e medici prezzolati che tentano di ammantare di “scientificità” la tutela,  invece, di interessi economici inconfessabili, perseguita “cinicamente” a spese della salute umana. Insomma, tutto sembra si possa ridurre ad una plateale questione di marketing, che si tenta di camuffare con argomentazioni che fanno acqua da tutte le parti. Comunque le suddette teorie, già qualificate come autentici “miti”, possono anche essere dovute, in una parte della classe medica, a semplice disinformazione. Occorre ancora aggiungere ad onor del vero che negli ambienti più seri della stessa medicina ufficiale il mito degli aminoacidi “essenziali” (sul quale si basano, a ben guardare, gli altri “miti” sopra citati) è agli sgoccioli in quanto a credibilità; in certi casi si è ai limiti della totale incredulità. Potremmo fare molti esempi di tale orientamento di dissociazione dalle teorie ufficiali. Per brevità ci limitiamo a riportare l’opinione del noto clinico italiano prof. Carlo Sirtori il quale già nel 1975 così si esprimeva: “Un tempo si riteneva che 8 fossero gli aminoacidi “essenziali”, cioè 8 quelli che dovevano essere necessariamente introdotti con i cibi, pena la cattiva costruzione dell’organismo, la sua labilità, la sua facilità ad ammalare. Ma le ultime ricerche dimostrano che sono solo due questi aminoacidi “essenziali” e precisamente la treonina e la lisina.  Questi dati sconvolgono le basi teoriche dell’alimentazione e annullano i vecchi principi.

Una altro fatto importante è che agli aminoacidi si dà oggi meno importanza che un tempo” (“Vita e Salute n. 277 – gennaio 1975).

– Occorre ancora tener presente che non si può tracciare uno spartiacque netto tra aminoacidi essenziali e non essenziali; un aminoacido può risultare essenziale per un determinato organismo e non per un altro, oppure essere essenziale per il periodo di crescita e non per il mantenimento in vita di un individuo già adulto. Inoltre è stato accertato che gli aminoacidi non essenziali sono “determinanti” nell’accrescimento. La cisteina, aminoacido non essenziale, può per esempio, sostituire sino ad un sesto della metionina, che è indispensabile per un accrescimento normale; ancora, la fenilalanina, aminoacido essenziale, può essere sostituita per il 50% dalla tirosina, non essenziale.

Tra tutti gli aminoacidi essenziali quello con più marcato carattere di essenzialità sembra essere la lisina.

 – Si scelsero le proteine dell’uovo e del latte (umano o vaccino) come “proteine di riferimento” (o “standard di riferimento”, come anche si usa dire) perchè le suddette proteine furono considerate “complete”, ricche di aminoacidi essenziali e facilmente digeribili.

Ma anche le proteine della soia furono qualificate “complete” in quanto il loro modello di aminoacidi è molto vicino a quello del latte. Alle proteine di riferimento dell’uovo e del latte si fanno seguire le proteine della carne (compresa quella di pesce), considerate, assieme alle prime, “di alto valore biologico”. Il che non significa, sul piano pratico, che è indispensabile utilizzare questi alimenti per effettuare un approvvigionamento proteico sufficiente sul piano nutrizionale. Tale sufficienza può essere infatti ottenuta anche mediante cibi unicamente vegetali, opportunamente miscelati affinchè le carenze (vere o supposte) di un alimento possano essere compensate dall’altro; la validità del vegetarismo si basa anche su questa possibilità, sebbene a questo fine non ci sia bisogno di prendere troppo in considerazione la presenza o meno di questi fantomatici aminoacidi essenziali in quanto il concetto del “valore biologico” di un alimento deve basarsi su criteri molto diversi e molto più semplici e lineari, come più innanzi si dirà.

Il noto biologo Henri Dupin, a proposito degli aminoacidi essenziali” che sarebbero contenuti – sempre secondo la medicina ufficiale – nella carne, osserva che questa affermazione nacque anche in seguito ad indagini effettuate su pletorici grandi mangiatori di carne e/o su individui sottonutriti e mai su individui normali, per cui le conclusioni a favore dell’uso della carne sono poco attendibili.

Più importanti sono certamente le opinioni espresse su questo tema, così basilare, della carne “ricca di aminoacidi essenziali” da Hindlede, Richet, Oudinot, Simonet, Lederer, Durville, Dextreit, Désiré Mérien, Mosseri, Carton. Alin Kelso, ecc., i quali concordano sui seguenti punti:

1 – le indagini della medicina ufficiale sono state condotte su soggetti praticanti un regime onnivoro. per cui i risultati di tali indagini vennero certamente influenzati da questo tipo di dieta

(qui trovate la tabella leggibile, Ndr)

2. – i bisogni dell’organismo relativi ad ognuno degli amminoacidi essenziali, allo stato attuale delle ricerche, non sono stati ancora ben precisati perchè le basi sperimentali relative sono assai discutibili (Lederer) e quindi su di esse non ci può essere consenso

3. – i rarissimi casi di carenze proteiche si debbono attribuire o a scarse capacità digestive o/e a deficiente assorbimento dei prodotti della digestione e non ad una insufficienza di proteine nella razione alimentare.

4. – i vegetaliani (vegans), pur avendo eliminato dalla loro dieta ogni alimento di origine animale, presentano uno sviluppo fisio-psichico e un tono muscolare del tutto normali dimostrando così che l’uomo può o sintetizzare anche codesti aminoacidi essenziali o essenziali o ricavarli da alimenti vegetali. le cui proteine li contengono; così come fanno gli erbivori che sviluppano potenti muscolature senza nutrirsi di cibi di origine animale. Vengono, anche così, radicalmente smentite le affermazioni della medicina ufficiale sulla pretesa indispensabilità di proteine animali.

É ormai accertato che le proteine della frutta e degli ortaggi che usualmente nutrono vegetariani e vegetaliani contengono tutti gli aminoacidi cosìddetti “essenziali” (oltre ai più importanti aminoacidi non essenziali), come evidenziato nel seguente prospetto.

Tuttavia, la nutrizionistica ufficiale osserva che nelle proteine della frutta e degli ortaggi qualche aminoacido essenziale, essendo scarsamente presente, diventa “fattore limìtante” del valore biologico di quelle proteine; ad esempio. nell’uva l’aminoacido limitante sarebbe l’isoleucina, nella pesca il triptofano, ecc.. Naturalmente, se questo fosse vero, l’efficacia trofica del complesso aminoacidico di quel frutto o di quell’ortaggio dovrebbe risultare insufficiente e dar luogo a turbe e a carenze nello sviluppo dei crudisti in genere e dei fruttariani in particolare; ma, invece, non sono tali conseguenze negative non si sono mai verificate, ma vecchie patologie, laddove esistevano, sono scomparse essendosi determinato un generale e deciso miglioramento della salute. Questo significa che tale “osservazione” della nutrizionistica ufficiale è priva di fondamento scientifico e lo dimostrò E.J.Nasset, la cui scoperta. prima riportata, permette di confermare appieno la completezza e la sufficienza nutrizionale della dietetica vegetariana, imperniata, per quanto attiene all’approvvigionamento proteico, sul ricorso alle sole fonti vegetali

5 – per quanto attiene all’elevato grado di assorbimento dei prodotti della digestione della carne, si pretende comunemente che ciò costituisca una fatto positivo, cioè a favore dell’alimentazione carnea. Ma Désiré Mérien ci mette in guardia da tale semplicistica deduzione e propone opportunamente una diversa interpretazione e cioè che il corpo umano cerca di sbarazzarsi assai rapidamente, mediante l’aumento del grado di assorbimento, proprio di quelle sostanze che lo stesso corpo avverte come dannose e che pertanto si sforza così di avviare rapidamente agli emuntori.

Se ne ha una prova osservando gli animali carnivori i quali sono naturalmente provvisti , come è noto, di caratteristiche anatomiche e fisiologiche finalizzate alla eliminazione quanto più rapida possibile, del cibo cadaverico ingerito, evidentemente perchè questo si comporta come tossico nonostante sia stato assunto a scopo nutrizionale. Siamo quindi di fronte ad una norma biologica generale ? Parrebbe di sì; ne è convinto anche l’autore del presente lavoro, il quale osserva (a conferma della interpretazione di Désiré Mérien) che ingerendo, non solo la carne, ma un qualsiasi altro tossico (ad. es. una forte dose di caffeina) gli emuntori vengono rapidamente attivizzati: aumentano soprattutto i moti peristaltici intestinali e l’escrezione renale. E’ noto, del resto, che molte persone assumono il caffè per ovviare alla stipsi, ottenendo quasi sempre l’effetto desiderato. In sostanza, l’organismo si sbarazza di una sostanza (la caffeina) avvertita dal corpo come tossico, e, assieme alla caffeina, viene espulsa anche, come si voleva, una parte del contenuto intestinale.

Il discorso potrebbe utilmente ampliarsi, fornendoci buoni motivi di riflessione e forse nuove chiavi di interpretazione della nostra ancora poco nota fisiologia !

6 – sempre a proposito della digeribilità della carne, a favore di questo alimento si porta spesso l’esempio degli eschimesi, che si cibano quasi interamente di carne di pesce e di carne di renna. C’è a tal riguardo da osservare anzitutto che essi mangiano, è vero, molto pesce, ma crudo e cominciando però dai vegetali, alghe e licheni, contenuti negli intestini dei pesci e delle renne rispettivamente, assicurandosi, così, l’apporto vitaminico necessario per sopravvivere (le renne, peraltro, si nutrono di licheni). Altre cose importanti da notare sono che gli eschimesi vivono al massimo sino a 50 anni, che dalla trentina in su sono soggetti a malattie degenerative e, infine, che sono caratterizzati da un bassissimo livello intellettuale e da una impressionante assenza di ogni manifestazione culturale.

7 – Il ben noto medico Paul Carton confuta l’affermazione di una parte ancora cospicua della classe medica ufficiale che continua a sostenere la superiorità delle proteine animali, attribuendola alla loro ricchezza in aminoacidi “essenziali” e al fatto che l’analisi chimica di urine e feci rivelerebbe un assorbimento delle proteine animali superiore a quello delle proteine vegetali, e giudica la surriferita affermazione “del tutto secondaria, teorica e in definitiva trascurabile in quanto non tiene conto dell’alto grado di tossicità della carne, dato, questo, enormemente più importante del grado di assorbimento. Ricordiamo che a furia di non tener conto del grado di tossicità di ciò che ingeriamo, si è giunti a ritenere assurdamente che financo l’alcool è un alimento !” Carton conclude che “la scienza nutrizionale moderna si limita alla arida biochimica, ignorando deliberatamente le energie vitalizzanti e quelle devitalizzanti presenti nei diversi alimenti”.

“D’altra parte – sostiene ancora Carton – non è vero che tutti i cibi animali sono facilmente digeribili: ad esempio tutti gli organi interni (fegato, cervello, reni. animelle, cuore, ecc.) sono molto indigesti e provocano gravi malanni, come artritismo, colesterolemia, calcoli biliari e renali, ecc.”

Alin  Kelso partendo dalla considerazione che gli alimenti “naturalmente” adatti all’uomo presentano un grado assai elevato sia di assorbimento che di digeribilità (si riferisce alla frutta), sottolinea il fatto, ben noto, che i frutti dolci sono molto più digeribili, assorbibili ed assimilabili della carne e dei sottoprodotti animali. che peraltro, come si vedrà più tardi, si possono considerare sostanze tossiche per l’uomo.

– Il modello di aminoacidi poc’anzi qualificato come artificioso è tale anche perchè non sempre il valore biologico corrisponde automaticamente al contenuto in aminoacidi “essenziali” rivelato dall’analisi chimica.

Avviene infatti frequentemente che tali aminoacidi, pur essendo presenti, non sono disponibili sul piano fisiologico perchè i legami che li tengono uniti al resto della molecola proteica sono così forti da resistere agli enzimi digestivi che dovrebbero renderli liberi e quindi disponibili; pertanto tali aminoacidi non possono essere utilizzati. Interessante notare che questa inscindibilità oltre che essere inscritta nella struttura naturale originaria, può essere acquisita, cioè può sopravvenire a causa di uno o più dei seguenti tre fattori: a) riscaldamento eccessivo [ cottura (specie ad alta temperatura), torrefazione, abbrustolimento]; b) prolungato periodo di conservazione (si pensi ai surgelati e ai liofilizzati !); c) azione (per effetto di meccanismi non ancora ben chiariti) di alcuni glucidi, specie del saccarosio (zucchero industriale), dal quale occorre difendersi data la sua tossicità (l’industria conservierà ne è invasa !).

Da sottolineare in particolare l’azione della elevata temperatura sulla molecola proteica, azione radicalmente negativa sul piano nutrizionale. Le proteine -,come già accennammo – coagulano, ma questo è solo l’aspetto macroscopico. Tale coagulazione comporta, infatti, modifiche strutturali profonde, praticamente irreversibili, che conducono alla “denaturazione radicale” delle proteine stesse.

La mitologia della nutrizione dell’uomo – si badi bene – non si limita solo al mito degli aminoacidi essenziali testè illustrato; essa è immensa e per di più complicata purtroppo da abitudini e pregiudizi acquisti culturalmente, per cui si vengono a creare, a causa di tali miti, delle vere e proprie “psicosì collettive”.

Passare in rassegna in questo lavoro tutti gli altri numerosissimi miti che ìl potere deliberatamente “inventa” per dominarci attraverso una alimentazione che intossica il nostro corpo e quindi il nostro cervello ( e lo rende, così, incapace di capire) è impresa che ci obbligherebbe ad aggiungere altre centinaia di pagine al testo del presente lavoro.

Per il momento, ci limitiamo a riportare quanto sui tre principali miti riguardanti le proteine ha sinteticamente scritto T.C.Fry T.CFry è direttore  dell’ Americana Health Sciences Institute” Dirige la rivista Healthful Living, pubblicata dal “Life Science Institute”. E’ autore di vari libri, tra cui “I Live on Fruits”. Da più di 20 anni si nutre prevalentemente di frutta. Vive a Manchaca (Texas).

“Si tenga anzitutto presente – dice Fry – che i miti sulle proteine sono per la maggior parte creati ed alimentati da forti interessi economici, finalizzati allo smercio di proteine animali, cioè di carne, latte, uova e derivati del latte. Si rilegga quanto a tal proposito scrivemmo nella “Presentazione” ed in particolare nel sottocapitolo “I venditori di proteine animali”. di proteine animali”

I tre principali miti sulle proteine sono:

MITO N. 1. – PER GODERE BUONA SALUTE BISOGNA MANGIARE CARNE. Tale mito nasce dall’assunto che la migliore fonte di proteine sia la carne in quanto conterrebbe gli aminoacidi necessari nella forma più assimilabile possibile. Questa asserzione fu fatta propria financo da un eminente cosìddetto “scienziato dell’alimentazione”, Fredericks Carlton, il quale sosteneva addirittura che quanto più la composizione della carne è vicina a quella umana, tanto più è salutare per noi. Ovviamente questo è un validissimo argomento a favore del cannibalismo!

Simili argomenti vanno naturalmente a vantaggio solo degli industriali della carne. E’ risaputo infatti che gli esseri umani sono anatomicamente e fisiologicamente adatti ad una dieta composta da frutta, ortaggi e, secondo alcuni studiosi, anche di semi (genericamente indicati con il termine “noci”). Tuttavia, questa fondamentale ed indiscutibile verità scientifica, malgrado la sua evidenza, è ignorata, anzi negata, da quei curatori di interessi commerciali che sfoggiano la altisonante qualifica di “cultori di scienze alimentari”.

Certamente, se la popolazione fosse informata adeguatamente, si porrebbe fine a tale sconcio mercato; del resto, nemmeno gli animali carnivori possono vivere di sola carne. Per gli uomini, comunque, la carne risulta essere sicuramente patogena. I carnivori allo stato selvaggio consumano anche molti frutti e germogli, i gatti mangiano delle graminacee particolari, un cane nutrito solo con carne deperisce rapidamente e alla fine muore: specie se la carne è cotta.

MITO N. 2 – IN OGNI PASTO DEBBONO ESSERE PRESENTI TUTTI GLI AMINOACIDI ESSENZIALI. Anche questa affermazione è assurda. Essa si basa soprattutto sulla teoria, inaccettabile. dell’aminoacido cosìddetto “limitante”.

MITO N. 3 – UNA DIETA ALTAMENTE PROTEICA E’ SALUTARE PER L’UOMO, IL CUI CORPO HA BISOGNO DI UN GRAMMO PER OGNI CHILOGRAMMO DI PESO CORPOREO. NATURALMENTE OGNI 24 ORE. In realtà, il corpo umano richiede invece un grammo giornaliero di proteine per ogni due chilogrammi di peso, riferendosi ad un uomo adulto che espleta un lavoro di medio impegno. AI reale fabbisogno di proteine abbiamo dedicato un intero capitolo; ad esso rimandiamo.

Un fabbisogno di un grammo per ogni chilogrammo di peso può ritenersi forse necessario solo per un neonato, caratterizzato, come si sa, da un rapido accrescimento (raddoppio del peso nei primi sei mesi).

Sostenere la necessità di una dieta altamente proteica anche per gli adulti significa in sostanza legittimazione (certamente non scientifica) di pratiche alimentari altamente patogene e delle quali purtroppo molti popoli della Terrà sono vittime, soprattutto gli statunitensi (USA).

H.Shelton, a conclusione di una lunga trattazione dell’argomento “aminoacidi essenziali”, nel suo libro “La scienza e la raffinata arte del cibo e nella nutrizione” sostiene che `’la distinzione fra aminoacidi essenziali e non essenziali è illusoria in quanto l’organismo riesce ad avere tutti gli aminoacidi che gli servono tramite il cibo; tutti gli alimenti, senza alcuna eccezione, contengono gli aminoacidi essenziali”.

Attribuendo ai singoli aminoacidi capacità preventive e curative e comunque la capacità di influire sulla fisiologia umana beneficamente, alcune industrie farmaceutiche (specie giapponesi e statunitensi) li hanno isolati e lanciati sul mercato, affermando di averli “sperimentati”, senza precisare come (di solito, s’intende. sui topi!).

Si sono così attribuite alcune proprietà ai seguenti aminoacidi (si citano solo le proprietà di maggior rilievo) :

• tirosina : proteggerebbe dallo stress e dalla depressione

• lisina : migliorerebbe le prestazioni intellettuali e svolgerebbe una azione antianemica

• arginina: disintossicherebbe

• metionina : regolarizzerebbe la attività cardiaca

• valina, leucina e isoleucina, considerati “aminoacidi ramificati” (branched chain-aminoacids, in sigla BCAA), commerciati sotto il nome di “integratori proteici” : favorirebbero le prestazioni sportive. Di questi aminoacidi tratteremo approfonditamente nel cap. IV, nel quale si parlerà del rapporto tra proteine e sport; ad esso. per non ripeterci, rimandiamo il lettore.

• triptofano: curerebbe l’insonnia e agirebbe come antidolorifico e come antidepressivo

Il lettore attento si sarà accorto che nella suddetta elencazione ci si esprime al condizionale, quasi a dubitare dell’efficacia terapeutica dei singoli aminoacidi. Ciò deriva dal fatto che le informazioni sulle pretese proprietà curative (addirittura “preventive”) di codesti aminoacidi isolati provengono prevalentemente da fonte “sospetta”, cioè proprio dalle industrie farmaceutiche che li producono e che li lanciano poi sul mercato con il compiacente avallo “scientifico” di qualche nome altisonante della medicina ufficiale.

C’è, in effetti, da parte di alcuni scienziati e ricercatori seri ed onesti, una crescente diffidenza nei riguardi del ricorso agli aminoacidi isolati, anzi si va facendo strada la convinzione della loro dannosità a causa di non indifferenti effetti collaterali che – secondo alcuni – possono costituire gravi rischi per la salute. E c’è anche chi sostiene addirittura che gli aminoacidi isolati non svolgono alcuna attività biologica, né preventiva, né curativa o di altro genere e che affermare il contrario è quindi un “bluff” a fini commerciali.

In realtà, se proprio si volesse ricorrere ad “integratori”, bisognerebbe bandire quelli, venduti nelle farmacie, costituiti da aminoacidi puri e che si cerca di fare acquistare con una pubblicità menzognera che cerca di ingenerare la paura di “rischi di carenze”, il più delle volte inesistenti; al loro posto si potrebbero usare alimenti sani e naturali, forniti di tutti gli aminoacidi utili, che agiscano nell’unica maniera efficace, cioè “sinergicamente”.

Questo suona come una ulteriore conferma della necessità di una visione “olistica” dei fenomeni biologici in genere, specialmente in quelli connessi con l’alimentazione umana, quindi anche della biochimica delle proteine. Codesta “visione olistica e sinergica” è così importante che ad essa abbiamo dovuto dedicare l’intero secondo capitolo del presente lavoro.

Si è detto e ripetuto che l’organismo umano è capace di sintetizzare gli aminoacidi non essenziali. Ferma restando la raggiunta consapevolezza che tutta la teoria degli aminoacidi essenziali è semplicemente un mito che serve gli interessi dei sostenitori di una alimentazione umana basata sulle proteine animali, necessita tuttavia spiegare COME tale sintesi endogena avviene.

Passiamo, quindi, in breve rassegna, alcune risposte a tale importante quesito:

• H. Shelton dice: “Si ritiene che gli aminoacidi non essenziali siano fabbricati apparentemente ossidando gli aminoacidi essenziali, a meno che non vengano assunti attraverso gli alimenti- (“La scienza e la raffinata arte del cibo e della nutrizione”, pag. 37).

• L.Travia, nel suo “Manuale di scienza dell’alimentazione” – ed. Il pensiero scientifico – Roma. 1967 – attribuisce al processo di transaminazione un valore -fondamentale per la sintesi endogena degli aminoacidi”.

• Purves, Orians, Heller – Corso di biologia – Zanichelli – Bologna 1989: “Gli animali possono sintetizzare nuovi aminoacidi a partire da catena carboniose e da gruppi aminici -NH2 ricavati da altri aminoacidi presenti nell’organismo”. (Si ribadisce in sostanza l’importanza basilare della transaminazione).

• M.Salustri – Fondamenti dell’alimentazione vegetariana – Giannone- Palermo, 1985: “L’organismo è capace, tramite le aminotrasferasi. _. trasferire il gruppo amminico di un aminoacido sullo scheletro carbonìoso `: un chetoacido. Durante l’accrescimento è bene che siano disponibili tutti gli amminoacidi, essenziali e non, in quanto l’organismo tende a sottrarsi

all’aggravio metabolico della sintesi endogena degli aminoacidi che non consentirebbe uno sviluppo ottimale”.

• H.C.Sherman – Problemi essenziali della nutrizione – Ed. scientifiche italiane – Napoli, 1948 : “Gli aminoacidi superanti la richiesta per le funzioni specifiche di costruzione o riparazione delle proteine corporee, vengono deaminati, perdono cioè il loro gruppo aminico -NH2, ed i frammenti che rimangono vengono bruciati per dare energia, o convertiti in grasso corporeo. Il corpo può sintetizzare alcuni aminoacidi cosìddetti indispensabili. Gli aminoacidi essenziali possono essere usati come generatori di altri aminoacidi, quelli non indispensabili”.

• H. e M. Diamond – In forma per la vita – Sperling e Kupfer – Milano. 1987 :”Non lasciatevi confondere le idee sul problema degli aminoacidi: i discorsi sulla necessità di mangiare tutti gli aminoacidi essenziali in un solo pasto, o per lo meno in una sola giornata, non sono altro che sciocchezze ed oggi sono numerose le prove che attestano l’infondatezza di tale presunta necessità. DALLA DIGESTIONE DEGLI ALIMENTI E DAL RICICLAGGIO DELLE SCORIE PROTEICHE IL NOSTRO ORGANISMO ATTINGE I DIVERSI AMINOACIDI che circolano nei sistemi sanguigno e linfatico. Quando il corpo ha bisogno di aminoacidi non deve fare altro che attingerli dal sangue o dalla linfa. Questa provvista disponibile, in continua circolazione nell’organismo, è nota come POOL di aminoacidi. E’ come una banca aperta 24 ore su 24; il fegato e le cellule continuano a depositare e a prelevare aminoacidi, a seconda della loro concentrazione nel sangue. Quando il quantitativo è elevato il fegato li assorbe e li immagazzina fino al momento del bisogno.

Ma anche le cellule hanno la capacità di accumulare aminoacidi sintetizzando più proteine di quante necessitano per la loro stessa vita, per cui esse possono riconvertire le loro proteine in aminoacidi e depositarli nel pool”.

Occorre liberarsi della mitologia che si è andata creando sulle proteine. VI SONO MOLTI TIPI DI FRUTTA E DI ORTAGGI CHE CONTENGONO TUTTI GLI AMINOACIDI NON PRODOTTI DALL’ORGANISMO, PER CUI MANGIANDO REGOLARMENTE FRUTTA E ORTAGGI SI INGERISCONO TUTTI GLI AMINOACIDI DI CUI L’ORGANISMO HA BISOGNO PER CREARE LE PROTEINE NECESSARIE.

Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

5. Dalle proteine della frutta alle proteine della carne, a cura del Prof. Armando D’Elia

L’uomo fruttariano diviene carnivoro

Dalle proteine della frutta alle proteine della carne.

A cura del Prof. Armando D’Elia – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Ovviamente, nel lunghissimo periodo durante il quale l’uomo si nutrì solo di frutta nella sua patria d’origine, la foresta intertropicale fruttifera, il suo fabbisogno proteico non poteva essere coperto altro che dal contenuto proteico della frutta, sull’entità del quale tratteremo in un apposito sottocapitolo.

Cerchiamo invece di capire i motivi dell’avvento del carnivorismo nella vita dell’uomo, fatto che ha tutte le caratteristiche di una tragica involuzione, dalla quale prese l’avvio la degenerazione fisiopsichica dell’uomo attuale; anche le modalità con le quali questo evento ebbe a realizzarsi sono degne di attenzione. Ecco perché è necessario parlarne prima di riprendere il discorso sulle proteine.

Durante la preistoria dell’uomo si verificarono eventi meteorologici e geologici che alterarono profondamente l’ambiente. In particolare vennero alterati i biomi vegetali dai quali l’uomo traeva il proprio nutrimento. Avvennero:

  • glaciazioni (espansioni dei ghiacciai),
  • interglaciazioni (ritiri dei ghiacciai e avvento di climi più caldi),
  • periodi di forte inaridimento climatico (siccità),
  • periodi di aumenti eccezionali di piovosità (pluviali).

Per l’uomo fu particolarmente importante l’ultima glaciazione, denominata WERM, per la precisione WERM III, dell’era quaternaria (pleistocene). Tale immane glaciazione comportà l’avanzata dei ghiacciai su gran parte delle regioni euroasiatiche, con conseguente distruzione delle foreste e con effetti che si protrassero sino a 10.000 anni fa circa. Ma coeve di tale glaciazione furono le intensissime precipitazioni (pluviali) che si verificarono in Africa; ed anche questi eventi climatici furono gravidi di conseguenze per l’uomo. A tali pluviali fecero seguito delle fasi di calo drastico delle piogge e di conseguente inaridimento del clima. A tutto questo bisogna aggiungere gli effetti della formazione della Great Rift Valley, lungo la quale l’Africa si è come spaccata a causa di un grandioso effetto tettonico, tuttora in corso.

L’insieme di tali eventi provocarono notevolissime riduzioni delle foreste che si trasformarono prevalentemente in savane.

L’uomo fu così costretto a comportarsi come un animale da savana, per sopravvivere, fu costretto a cibarsi di quello che in tale ambiente trovava. Vi trovò le graminacee, piante che richiedono spazi aperti, luce solare diretta, condizioni offerte dalla savana e non dall’ombrosa foresta donde l’uomo proveniva. Ci dice il prof. Marcelle Cornei, illustre studioso, dal quale tanto abbiamo appreso, nel suo “Quaderno della salute”: “L’uomo, per derivazione ancestrale, è una scimmia d’ombra: visse per milioni di anni sugli alberi, nell’ombra delle fronde; sceso a terra, poi, vagò per altri milioni di anni nella savana”.

Ora, le graminacee (ne abbiamo già parlato) producono frutti secchi, inodori e insapori;

sono, insomma, come dicemmo, cibo per uccelli. Con artifizi l’uomo riuscì, con l’aiuto del fuoco, ad utilizzare queste cariossidi. Ma l’evento più rivoluzionario che occorse all’uomo, comportandosi come un animale da savana, fu il ricorso, a scopo alimentare, alla carne degli erbivori abitatori della savana, divenendo così, per necessità, un mangiatore di carne, sempre però con l’aiuto del fuoco, non potendo mangiare crudi ne le cariossidi dei cereali ne le carni. Senza l’artifizio della cottura e (per i cereali) della molitura, l’uomo non avrebbe potuto diventare ne un mangiatore di carne, ne cerealivoro, giacché le sue caratteristiche anatomiche naturali (dentatura, ecc.) da sole, non lo avrebbero consentito.

L’impatto con le innaturali deviazioni alimentari (cereali e proteine di cadaveri di animali, peraltro cotti, cioè morti) ebbe, per l’uomo, conseguenze catastrofiche in termini di salute e di durata della vita: il che è comprensibile, dato quello che io chiamo “salto a strapiombo” tra un alimento vivo e vitalizzante come la frutta da una parte e gli alimenti amidacei e carnei, cadaverici e mortiferi, iperproteici come la carne, uccisi e quindi devitalizzati con la cottura, dall’altra.

Reay Tannahill nella sua “Storia del cibo” ci dice che addirittura “durante il periodo dei Neanderthaliani meno della metà della popolazione sopravviveva oltre i 20 anni e 9 su 10 degli adulti restanti morivano prima dei 40 anni”.

Fu soprattutto l’avvento del cibo carneo, con il suo contenuto eccessivo di proteine e con la conseguente tossiemia a produrre tali disastrosi effetti sul corpo, ma anche sulla mente degli uomini; non bisogna infatti dimenticare che la carne crea aggressività.

S’è detto prima che anche le modalità con le quali questi eventi così negativi si produssero “sono degne di attenzione”. Accenniamone, quindi riferendo, in succinto, quanto a questo riguardo dice James Collier, autorevole antropologo: “In conseguenza dei disastrosi effetti di tali eventi sconvolgenti sul clima e sulla vegetazione, l’uomo non potette più affidarsi ai vegetali per nutrirsi e dovette ricorrere alla carne.”

Ma l’uomo è inerme, quindi non è per natura carnivoro, essendo sfornito anatomicamente dei dispositivi atti ad inseguire, uccidere e masticare, crude, le carni degli erbivori. Si pensa pertanto che l’uomo primitivo non sia stato, all’inizio, tanto un cacciatore quanto uno spazzino, che si nutriva delle prede fatte da altri animali veramente carnivori, mancandogli anche la insensibilità necessaria per aggredire ed uccidere con le proprie mani degli animali pacifici e innocenti, oltre che inermi. Forse, adoperando sassi e bastoni, l’uomo riusciva ad allontanare il leopardo dall’antilope uccisa, se ne impossessava e la trascinava al sicuro nel suo rifugio. Tale comportamento è stato chiamato anche “sciacallaggio”.

Ma l’uomo non si limita a sottrarre agli animali carnivori parte delle loro prede, ma fu costretto anche, quando non trovava da esercitare tale funzione di sciacallaggio, a cacciare direttamente, forzando la sua naturale non-aggressività, spintovi sempre dalla necessità di trovare i mezzi per sopravvivere. Il prof. Facchini (docente di antropologia all’Università di Bologna) si dice certo che l’uomo preistorico adoperò il fuoco a scopo culinario soprattutto per cuocere la carne. Concorda su tale affermazione anche il prof. Qakiaye Perlès, dell’Università di Parigi.

Ma oggi per fortuna non esistono più le ragioni di forza maggiore che obbligarono i nostri antenati ad alimentarsi con cadaveri di animali per assicurarsi il fabbisogno proteico; pertanto da molto tempo l’uomo ha inserito in misura crescente frutta, verdura e ortaggi crudi nella propria dieta. Occorre però vigilare sempre, per difenderci dall’autentico agguato che le industrie alimentari ci tendono continuamente proponendoci, ricorrendo alla propaganda a mezzo dei mass-media e all’opera nefasta di medici prezzolati, sostanze di dubbia convenienza o addirittura nocive.

Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

4. Le proteine della frutta, a cura del Prof. Armando D’Elia

Le proteine della frutta

A cura del Prof. Armando D’Elia – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

Il tema di questo paragrafo riveste una particolare importanza nella problematica delle proteine. La sua trattazione è necessariamente complessa in quanto deve attingere a molteplici informazioni provenienti da fonti non solo assai disparate ma che possono sembrare a prima vista lontane dall’argomento trattato anche se poi si rivelano utili e convergenti in un medesimo intento.

Questo motiva il ricorso alla seguente esposizione “a stelloncini”, che in casi consimili è risultata essere la più conveniente per l’intelligibilità del testo.

Si è cercato tuttavia di dare, al succedersi degli stelloncini, nei limiti del possibile, un ordine logico conseguenziale.

Quando si parla di proteine qualificandole come uno dei cosiddetti principi alimentari, occorre sempre tener presente che tutti codesti principi partecipano assieme, alla sintesi della materia cellulare: deve prevalere, cioè una visione olistica, globale, “sinfonica”, in quanto tutti i nutrienti sono interdipendenti e tutti sono egualmente indispensabili. Si può essere certi che, viceversa una visione settoriale da luogo a valutazioni errate.

Del resto, tale interdipendenza è comprovata dal fatto che le proteine sono mal digerite in assenza di vitamine e che il loro metabolismo dipende da quello dei glucidi e dei lipidi, almeno in parte. Questo ci fa pensare subito al nostro cibo naturale, la frutta, dove, appunto, la coesistenza ed interdipendenza dei diversi principi alimentari da luogo ad un complesso (fitocomplesso) armonioso che rappresenta, nel contempo, l’optimum anche dal punto di vista nutrizionale.

Abbiamo prima affermato che l’uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro; forse l’organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea, assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? NO, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l’istintiva attrazione esercitata sull’uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato. Tutti segni, questi, che le proteine eccessive che, assieme ad altre caratteristiche negative, sono presenti nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell’uomo: ciò dimostra che l’alimentazione carnea è così estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell’uomo che questi non riesce ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo per lunghissimo tempo.

I 22 aminoacidi (21 secondo alcuni, 23 secondo altri) esistenti negli alimenti si dividono, secondo la nutrizionistica ufficiale, in due categorie: quella dei 14 aminoacidi che possono essere prodotti (sintetizzati) dall’organismo umano e quella degli aminoacidi chiamati “essenziali” (8 o 10) che invece si ritiene non possano essere sintetizzati dall’organismo umano e pertanto dovrebbero essere assunti con gli alimenti. Lo scrivente si è più volte dichiarato contrario a tale teoria, dimostrando che gli “aminoacidi essenziali” sono un autentico “mito”. Tuttavia, ammettendone pure la reale esistenza come la medicina ufficiale pretende, è legittimo formulare questa domanda, di fondamentale importanza: da dove trassero, i nostri progenitori arboricoli, gli aminoacidi oggi chiamati essenziali, ritenuti indispensabili alla vita, durante i milioni di anni in cui furono abitatori della foresta e sicuramente solo fruttariani?

La risposta ad una simile domanda, non può essere che una sola, dettata dalla logica elementare e dal buon senso: evidentemente solo dalla frutta, anche se, secondo il parere di alcuni paleoantropologi, venivano probabilmente aggiunte alla frutta altre parti succulente di vegetali. E Poichè noi oggi continuiamo a possedere quelle stesse caratteristiche anatomiche, fisiologiche ed istintuali di quei nostri progenitori, dobbiamo dedurre che le proteine della frutta sono qualitativamente e quantitativamente sufficienti a garantire in modo ottimale la vita dell’uomo anche oggi.

Partendo da queste e da altre considerazioni il prof. Alan Walker, antropologo della John Hopkins University, è giunto alla conclusione che la frutta non è soltanto il nostro cibo più importante, ma è l’unico al quale la specie umana è biologicamente adatta. Per comprovare tale affermazione, Walker ha studiato lungamente le stilature ed i segni lasciati, nei reperti fossili, sui denti, dato che ogni tipo di cibo lascia sui denti segni particolari; scoprì, così, che “ogni dente esaminato, appartenente agli ominidi che vissero nell’arco di tempo che va da 12 milioni di anni fa, sino alla comparsa dell’Homo erectus, presenta le striature tipiche dei mangiatori di frutta, senza eccezione alcuna”.

Istintivamente, quindi, i nostri progenitori mangiavano quello che la natura offriva loro, cioè la frutta matura, colorita, profumata, carnosa, dolce. Ed è facile immaginare che i nostri progenitori mangiassero la frutta spensieratamente, nulla sapendo (beati loro!) sulla quantità e sulla qualità di proteine contenute nella frutta, guidati unicamente dall’istinto… e se la passavano bene.

E’ chiaro che la frutta è il miglior cibo, del tutto naturale, per l’uomo e per l’intera sua vita, a cominciare dal momento in cui è in grado di masticare. Il fruttarismo dell’uomo è innato, perché sbocciato dall’istinto, che ripetiamolo – è l’espressione genuina, perfetta, indiscutibile dei bisogni fisiologici nutrizionali delle nostre cellule; esso si manifesta anche prima della fine della lattazione, reso evidente dalla appetibilità e anche dalla avidità con le quali il bambino ancora lattante assume succhi di frutta fresca, che possono sostituire in certi casi anche il latte materno (succo d’uva, per esempio, come suggeriva Giuseppe Tallarico, medico illuminato, nella sua opera maggiore “La vita degli alimenti”).

Abbiamo prima, accennato alla masticazione. Per masticare occorrono i denti ed i denti cominciano a nascere verso la fine della lattazione, cioè del periodo in cui l’accrescimento del cucciolo umano è affidato alla suzione della secrezione lattea delle ghiandole mammarie della madre. Domanda: perché al termine della lattazione (e anche prima) l’istinto ci orienta decisamente verso la frutta? La risposta è semplice: esiste una strettissima correlazione tra il latte, che è il primo nostro cibo, necessariamente liquido, e la frutta, cibo che succederà al latte e che ci accompagnerà, nutrendoci, per il resto della nostra vita.

Esiste, quindi, iscritta biologicamente nell’atto di nascita della nostra struttura anatomica e della nostra fisiologia, una “continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta”, per cui possiamo a giusto titolo considerare questi due alimenti i prototipi alimentari ancestrali dell’uomo.

Per dimostrare quanto conclusivamente è stato detto nel precedente ‘stelloncino’ sulla continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta, bisogna tenere presente quello che ripetutamente abbiamo già affermato e cioè:

1. All’uomo non si addicono cibi ad alto contenuto proteico, che risulterebbero dannosi alla sua salute;

2. l’uomo ha un fabbisogno singolarmente modesto di proteine, come è facilmente dimostrabile esaminando il latte materno.

Partiamo dall’argomento “latte materno”, che funzionerà da battistrada nella dimostrazione della sua continuità nutrizionale con la frutta. E’ noto che entro il sesto mese di vita extrauterina l’uomo giunge a raddoppiare il proprio peso e a triplicarlo entro il 12°, alimentandosi unicamente con il latte materno. Tutti i testi di chimica bromatologica e di fisiologia umana ci informano che il latte materno contiene l’1,2% di proteine. Ebbene, non è proprio così, in quanto, sino a 5 giorni dopo la nascita del figlio, il latte umano contiene il 2% di proteine e questa percentuale, a partire dal 6° giorno, comincia a calare progressivamente e lentamente sino a raggiungere, dopo 3-4 settimane, 1’1,3% e, dopo 7-8 settimane, 1′ 1,2%, percentuale che verrà poi mantenuta più o meno costante sino alla fine dell’allattamento.

Si constata, in sostanza, un evidente e regolare decremento del contenuto proteico del nostro unico “primo alimento” a misura che il neonato si avvia, con la comparsa progressiva dei denti, ad acquisire capacità masticatorie. Raggiunta tale capacità, ha termine quel periodo, dalla nascita allo svezzamento, che costituisce indubbiamente la fase anabolica più impegnativa, più intensa e più difficile dell’intera vita umana e che superiamo, come si è visto, con un cibo (il latte materno) contenente le modeste percentuali di proteine prima indicate.

Poichè la velocità di accrescimento è massima nei primissimi giorni di vita e poi via via decresce, è logico anche che la percentuale delle proteine contenute nel latte, e che costituiscono il necessario materiale di costruzione, debba seguire lo stesso andamento.

L’accrescimento ponderale dell’individuo continua, come si sa, anche dopo la comparsa dei denti, per terminare tra i 21 e 24 anni, ma con una velocità estremamente ridotta rispetto a quella del lattante.

E’ pertanto del tutto ovvio che l’alimento che subentrerà al latte materno dovrà avere una percentuale di proteine corrispondente ai reali bisogni di proteine dell’individuo non più lattante, in linea con la decrescenza, prima comprovata, di tali bisogni proteici. Riassumendo, “il fabbisogno proteico dell’uomo è massimo nel lattante, medio nell’adolescente, minimo nell’adulto”: questo ci dice il grande igienista Attilio Romano nel suo aureo lavoro “Pregiudizi ed errori in tema di alimentazione “; su questo insiste anche il prof. Alessandro Clerici nel suo Lavoro “Come si deve mangiare”. Occorre osservare:

  1. Senza alcun dubbio spetta al medico tedesco Lahmann il merito di avere, da pioniere illuminato, gettato, nel campo della dietetica umana, le basi scientifiche del fruttarismo, avendo scoperto e dimostrato che esso costituisce la innata prosecuzione naturale dell’alimentazione lattea.
  2. Ancora prima del Lahmann, un altro “grande”, Max Rubner, docente di cllnica medica all’Università di Berlino, aveva richiamato l’attenzione degli studiosi suoi contemporanei (e il Lahmann colse l’importanza di tale appello) sul fatto che “la scarsezza di proteine nel latte materno è un segno distintivo della specie umana che sconfessava i paladini dei regimi ricchi di proteine”.

Questa è la regola che vige in natura: destinare ai diversi esseri viventi cibi che contengano i principi alimentari indispensabili, ma solo nella quantità necessaria, che deve essere considerata l’optimum per l’individuo. Tanto è vero che non possiamo nutrire un neonato umano, il cui latte contiene 1′ 1,2% di proteine, con il latte per es. di mucca, che contiene il 3,5% di proteine senza determinati accorgimenti come la elementare diluizione, nel tentativo di evitare enteriti e altri malanni, anche gravi.

Il corpo umano, quindi, osserva proprio questa regola, cioè la cosiddetta “legge del minimo”, che a nostro parere potrebbe anche (e forse “meglio”) chiamarsi “legge dell’optimum” in quanto, se l’individuo ingerisce cibi contenenti dei nutrienti in quantità eccedenti il proprio fabbisogno, tale eccesso diviene per l’organismo una vera e propria scoria tossica ed il corpo cerca in tutte le maniere di sbarazzarsene, cosa che avviene in speciale modo per le proteine, come in precedenza s’è già detto.

Poiché la velocità di accrescimento dell’individuo non più lattante è decisamente inferiore a quella che aveva durante l’allattamento, è naturale ed ovvio che il contenuto proteico del primo cibo solido che l’uomo assume dopo lo svezzamento debba essere inferiore a quello del latte materno e da considerarsi l’optimum secondo la “legge del minimo”. Ciò, in armonia con il reale diminuito bisogno di proteine.

Ebbene, tale cibo non può essere che la frutta, che ha, appunto, in media, un contenuto proteico adeguato ai bisogni nutrizionali normali della fase successiva allo svezzamento:

cioè, mediamente inferiore a quella riscontrata nel latte materno che nel periodo terminale dell’allattamento si aggira attorno all’1,2%, come si disse.

A questo riguardo è interessante l’opinione del dottor Lovewisdom, uno dei più profondi studiosi dell’alimentazione naturale dell’uomo. Egli ci dice nel suo libro “L’adulto umano non ha bisogno di alimenti che contengono più dell’1% di proteine” “L’homme, le singe et le Paradis”. Del resto, una volta completato l’accrescimento, il nostro fabbisogno di proteine serve solo alla sostituzione delle cellule perdute per usura, cioè al semplice mantenimento dell’equilibrio metabolico e a tale scopo la frutta acquosa è più che sufficiente.

TUTTI I VEGETALI CONTENGONO PROTEINE

Tutti i vegetali, anche i più negletti e poco noti, contengono proteine, nessuno escluso: questo è un punto fermo, che occorre tenere sempre presente.

Diversi studiosi di vegetarismo sostengono essere sempre necessario integrare la frutta con altre parti tenere e succose di vegetali, sempre crude e fresche, sia pure in pasti separati, cioè con: radici (carota, rapa, sedano-rapa, barbabietola rossa), ricettacoli floreali e base delle brattee (carciofo), foglie, gambi e germogli (lattuga, cicoria, sedano, spinacio, cavoli di vario tipo), turioni (asparago, finocchio), infiorescenze e gambi (cavolfiore, broccoli di vario tipo), bulbi (cipolla), ecc. (tutti questi vegetali sono comunemente chiamati “ortaggi” in italiano, “lègumes” in francese).

Elenchiamo ora i più comuni frutti carnosi con i relativi contenuti proteici, in percentuale:

  • albicocca…………………………………………. 0,8
  • anguria……………………………………………. 0,9
  • arancia………………………………………. 0,9-1,3
  • avocado………………………………………….. 2,6
  • banana……………………………………………. 1,4
  • cetriolo………………………….. ……………… 0,9
  • ciliegia …………………………………………… 1,2
  • dattero …………………………………………… 2,2
  • fico ……………………………………………….. 1,5
  • fico d’India………………………………………. 0,8
  • fragola………………………………………….. 0,95
  • kaki …………………………………………………..1
  • lampone …………………………………………. 1,4
  • limone ……………………………………………..0,9
  • mandarino………………………………………….. 1
  • mela …………………………………………….. 0,35
  • melone …………………………………………… 1,3
  • mora………………………………………………… 1
  • nespola…………………………………………. 0,45
  • peperone ………………………………………… 1,2
  • pera …………………………………………………0,6
  • pesca ……………………………………………… 0,7
  • pomodoro………………………………………… 1
  • prugna……………………………………………. 0,8
  • uva …………………………………………….. 1-1,4
  • zucchina…………………………………………. 1,5

media: 28,75/26 =1,1%

Ed ecco le percentuali di proteine presenti negli ortaggi più comuni, limitatamente a quelli che si possono utilizzare crudi:

  • asparago………………………………………….. 1,8
  • barbabietola……………………………………… 1,2
  • barbabietola rossa………………………………. 1,6
  • carciofo……………………………………………. 2,4
  • cavolfiore…………………………………………. 2,6
  • carota……………………………………………… 1,2
  • cicoria……………………………………………… 1,6
  • cipolla……………………………………………… 1,4
  • cavolo verza……………………………………… 3,3
  • cavolo rosso………………………………………. 1,9
  • finocchio…………………………………………… 1,9
  • lattuga e simili…………………………………… 1,3
  • pastinaca………………………………………….. 1,7
  • porro………………………………………………….. 2
  • ravanello ……………………………………………. 1
  • sedano (foglie/gambi)…………………………… 1,3
  • sedano-rapa………………………………………. 1,5
  • spinacio……………………………………………. 2,2

media: 31,9/18 = 1,78%

Sarebbe, a questo punto, errato fare conclusivamente la media aritmetica tra il contenuto proteico medio della frutta e quello degli ortaggi per ricavare direttive alimentari pratiche. Tale calcolo darebbe 1,44 [(1,1 + 1,78)/2] e sarebbe valido se la nostra alimentazione fosse costituita per il 50% da frutta e per il 50% da ortaggi. Occorre invece dare netta preponderanza alla frutta, che è il principe dei nostri alimenti perché fu il cibo primigenio dell’uomo, quello con il quale il corpo umano si è forgiato. Dando invece in giusta misura la prevalenza alla frutta, in media la carica proteica dei cibi che dovrebbero essere utilizzati dall’uomo si attesta su 1,3% circa. Tale percentuale è largamente sufficiente, anzi superiore (sempre in media, che è quel che conta) al fabbisogno dell’uomo, specie dopo il completamento dello sviluppo, cioè dopo il 24° anno di età. Del resto, ciò è comprovato dal fatto che i fruttariani non soffrono di alcuna carenza e non hanno problemi di salute. Naturalmente i risultati dei calcoli sopra riportati non sono da prendere, “alla virgola” o al centesimo, ma vogliono avere, ed hanno, un valore orientativo generale e soprattutto vogliono offrire, ed offrono, una prova della continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta. A proposito dell’ottimale validità nutrizionale del fruttarismo potremmo dilungarci a riportare autorevoli opinioni, altri fatti, altre argomentazioni scientifiche per dimostrare tale validità, che garantisce all’uomo fruttariano il godimento di una piena salute fisio-psichica: ma su tutto l’abbondante apporto probatorio che così raccoglieremmo dominerebbe la prova-base, la più incontestabile, già da noi prima evocata, ma che tuttavia torniamo ad evocare: nella foresta, patria originaria dell’uomo, questi visse in perfetta salute, sugli alberi fruttiferi, per milioni di anni, alimentandosi di frutta e – sostengono ipoteticamente alcuni studiosi, come Lovewisdom – anche di altre parti tenere di vegetali.

Molto probabilmente il lettore si chiederà che bisogno c’è di dimostrare che la carica proteica del latte materno è la stessa (o presso a poco) non solo di quella della frutta, ma anche quella dei cosiddetti ortaggi. Non s’è detto che l’uomo preistorico viveva sugli alberi fruttiferi nutrendosi solo di frutta? Insomma, la sola frutta è sufficiente o no ad alimentare l’uomo? Cerchiamo di rispondere qui di seguito a tali interrogativi.

Si è già accennato in precedenza che secondo alcuni studiosi la frutta andrebbe integrata con altre parti tenere e succose di vegetali; condividiamo tale opinione, ma Poichè condividiamo anche la tesi di Cornei, Tallarico, Carquè, ecc., che cioè i nostri più antichi progenitori arboricoli si nutrivano “solo” di frutta, siamo tenuti a spiegare questa nostra apparente contraddizione.

Anzitutto, la frutta che i primi uomini mangiavano da arboricoli nella foresta intertropicale era, in quanto a capacità nutrizionale, enormemente superiore a quella di oggi esistente. La frutta d’oggi è infatti il risultato di migliaia di anni di frutticoltura che, dovendo commerciare con i prodotti della terra, lo fa utilizzando dei criteri di produzione della frutta basati su:

  • rendimento della pianta
  • colore
  • taglia
  • gusto
  • struttura
  • conservabilità
  • facilità di raccolta
  • sicurezza e continuo incremento del profitto.

Insomma la produzione odierna di frutta è profondamente artificiosa, mentre la frutta che nutriva l’uomo preistorico era il prodotto del libero giuoco delle forze vitali dell’aria, del suolo, delle arcane forze della natura, era figlia della luce, scrigno di energia solare, viva e vitalizzante, non cresciuta sotto lo stimolo anormale dei concimi chimici, dei diserbanti, degli anticrittogamici, i cui residui rendono oggi talora la frutta financo pericolosa per la nostra salute. c’è un abisso, dunque, tra la frutta che nutrì i primi uomini e la frutta d’oggi. L’uomo odierno a dire il vero comincia a rendersi conto che la frutta nutre poco e male e ha perduto i sapori della frutta “antica” di cui si sente la mancanza. Ed ecco sorgere, allora, iniziative tipo “archeologia dell’albero da frutta”, “banche del seme”, e soprattutto coltivazioni biologiche. Un esempio: la pera cosiddetta “spina” è la “pera antica”, bitorzoluta, contorta, decisamente brutta se guardala con l’occhio dell’esteta tradizionalista per il quale la pera, quella addomesticata, deve avere la forma classica e basta. In Italia di alberi di pere “spina” ne restano ormai pochi, destinati a sparire perché la gente vuole pere “belle” di parvenza e non nodose e brutte: anche se poi chi le assaggia rimane estasiato per il loro sapore, ormai non più riscontrabile nelle pere “moderne”, frutto di cultivar, incroci, innesti, manipolazioni genetiche, fitonnoni, ecc.. Lo stesso discorso vale per molte varietà di mele in via di scomparsa, come le mele “zitelle”, per esempio.

Deciso scadimento quindi, del valore nutrizionale della frutta moderna nei riguardi della frutta “antica” e quando diciamo “antica” ci riferiamo appena ad un secolo fa o già di là; ma a misura che andiamo a ritroso nel tempo la differenza si fa, ovviamente, sempre più marcata, tanto che riesce difficile solo immaginare quale potenza nutrizionale riservasse la frutta che servì alla nutrizione e alla crescita delle primissime generazioni dell’uomo arboricolo e fruttariano.

Abbiamo detto sopra che la gente ha cominciato a capire che la frutta odierna, nonostante che continuiamo ad essere da essa attratti, non solo nutre poco ma nutre anche male. Qui appresso spieghiamo perché.

Per effetto dei trattamenti e delle selezioni che l’uomo, come abbiamo prima accennato, applica in agricoltura e particolarmente in frutticoltura, la frutta prodotta è caratterizzata soprattutto da un eccessivo tenore di zuccheri. Ora, è vero che il nostro organismo funziona proprio grazie allo zucchero, ma è anche vero che lo zucchero, come qualsiasi altro alimento, per essere assimilato, deve trovarsi associato con vitamine, specialmente quelle del gruppo B, minerali, aminoacidi ed altri elementi nutritivi, con i quali costituisce un fitocomplesso equilibrato ed armonico.

L’eccesso di zucchero oggi riscontrabile nella frutta crea invece squilibrio e disarmonia, per cui l’organismo non è in grado di utilizzare tutto lo zucchero presente nella frutta: ecco perché si disse che la frutta d’oggigiorno fa correre il rischio di nutrire “anche male”. Come ovviare a questo squilibrio? Includendo nella nostra dieta una consistente quantità di alimenti non zuccherati, in particolare verdure crude ed ortaggi vari, che forniscono in abbondanza vitamine, minerali ed aminoacidi essenziali, indispensabili per ottenere una nutrizione equilibrata.

L’aggiungere verdure ed ortaggi alla frutta, anche se questa rimarrà quantitativamente preponderante, è, quindi, un “correttivo”? Certamente, è un utile correttivo. Naturalmente, sia la frutta che le verdure e gli ortaggi, per conservare la loro efficacia nutrizionale, devono essere consumati crudi ed è anche buona norma utilizzarli in pasti separati. Ma aggiungiamo subito che si tratta di un correttivo “temporaneo” e qui di seguito spieghiamo perché diciamo che è temporaneo.

Abbiamo visto – riassumiamo – che la frutta odierna, rispetto alla frutta che nutrì l’uomo preistorico, difetta di potere nutrizionale (e si cerca nell’attuale processo, in atto, di riavvicinamento alla natura, di coltivarla biologicamente, come rimedio primo), ma eccede, invece, in contenuto di zuccheri (glucosio/fruttosio) (e si cerca di ovviarvi proponendo di accompagnarne il consumo con ortaggi, che potranno, così, partecipare all’approvvigionamento di proteine). Poiché, come è evidente, si tratta di una situazione, quella attuale, “in movimento”, a misura che progredirà l’agricoltura biologica, migliorerà anche la qualità della frutta attuale, i cui lati negativi (eccessi e difetti sopracitati) si attenueranno gradualmente e alla fine scompariranno.

Ovviamente, quando la frutta riacquisterà totalmente le caratteristiche che permisero il pieno affermarsi dell’uomo preistorico arboricolo e fruttariano, cesserà il bisogno o la semplice convenienza di ricorrere agli ortaggi e l’uomo tornerà ad essere fruttariano al 100% e sarà quello un grande giorno, che riteniamo non troppo lontano, dato l’incoraggiante crescente interesse per questo così importante problema.

Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

3. L’uomo non discende dalle scimmie, a cura del Prof. Armando D’Elia

L’uomo non discende dalle scimmie  

A cura del Prof. Armando D’Elia – editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)

E’ stato osservato, circa l’aggiunta di verdure e ortaggi alla frutta, che le tre grandi scimmie antropomorfe (Pongidi) Orango, scimpanzé e gorilla , ritenute comunemente, sui piani anatomico, fisiologico, ematologico, ecc., i più vicini nostri parenti, mangiano, oltre che frutta, anche foglie, gemme, scorze, rametti, radici, sedano selvatico, bambù ed altre erbe. Soprattutto si sottolinea che questo comportamento alimentare si riscontra nel gorilla, che invece da molti fruttariani veniva portato come esempio di animale fruttariano al 100%, come una sorta di archetipo fruttariano: si ritiene, anzi, da alcuni che la frutta partecipi alla dieta del gorilla in minor misura degli altri vegetali sopra citati. Sono invece tutti concordi nel rilevare, nella dieta dei Pongidi, l’assenza di noci (cioè, precisiamo noi, di semi), particolare che sottolineiamo come importante, per quanto appresso si dirà a proposito dei semi e della loro carica proteica.

Quanto sopra viene citato da alcuni per cercare di avvalorare, su un preteso piano scientifico zoologico/evoluzionistico, la necessità dell’aggiunta di verdure ed ortaggi alla frutta anche da parte dell’uomo, cioè, in pratica, per negare la sufficienza nutrizionale di una dieta fruttariana al 100%.

Senonché coloro che tanto affermano dicono cose scientificamente inesatte e le loro conclusioni sono errate, difettando, tra l’altro, di validi aggiornamenti culturali. Infatti, coloro che “fotocopiando” i comportamenti dei Pongidi (ammesso, ma non concesso che siano quelli che vengono descritti) pretendono di trasferirli all’uomo pari pari, come per un imperativo biologico automatico, sembra che siano rimasti alla famosa e semplicistica (e, potremmo anche dire, infantile) interpretazione di quanto Charles Darwin, nel 1871, scrisse nel suo “The Descent of Man”. Si disse, allora, che Darwin sosteneva che “l’uomo discendeva dalla scimmia”. Come invece ogni persona con un minimo di cultura biologico/naturalistica sa, Darwin non affermava che l’uomo discendeva da una scimmia antropomorfa.

La verità è, invece, che le grandi scimmie antropomorfe e l’uomo sono organismi contemporanei sì, ma che discenderebbero, però, da un primate, antenato comune, esistito milioni di anni fa e attualmente estinto. Da quello si sarebbero poi originate due distinte linee evolutive, una delle quali avrebbe portato alle attuali scimmie antropomorfe, mentre l’altra avrebbe avuto come termine ultimo l’uomo. Inoltre – ci dice Ralph Cinque, D.C., direttore dell’Hygeia Health Retreat di Yorktown (Texas), nonostante le sue critiche al fruttarismo umano al 100% – “l’uomo non è una scimmia leggermente migliorata, le differenze con gli esseri umani sono considerevoli ed è un errore fare dei paralleli fra i due” (dalla rivista Vie et Action n. 157).

Gli fa eco T.C. Fry, direttore del periodico Healthfui Living, il quale sostiene che consigliare di mangiare verdure perché contengono elementi nutritivi che non si troverebbero nella frutta è un nonsenso perché non c’è nelle verdure niente che non sia contenuto, in quantità sufficiente, anche nella frutta.

Una obiezione di natura biochimica avversa all’uso delle verdure è questa: mentre gli erbivori sono provvisti dell’enzima “cellulasi” che consente di convertire la cellulosa contenuta nelle foglie in glucosio, l’uomo è sprovvisto di tale enzima e pertanto non ricava alcuna utilità, almeno per quel che riguarda l’approvvigionamento di glucidi, dal mangiare verdure. Tutto quello che, oltre alla cellulosa, si trova nella foglia e che possa avere un qualche valore nutritivo lo si trova anche nella frutta. Poichè il nostro corpo ha bisogno, per produrre energia, di glucosio, le foglie verdi non sono in grado di dargliene per l’assenza di tale enzima. In definitiva, le verdure possono essere considerate naturali per gli erbivori, ma certamente non per i fruttariani, come l’uomo; inoltre non ci procurano alcuna caloria ed è più l’energia che spendiamo per la loro digestione che quella che se ne ricava.

Si dice che nelle verdure c’è la clorofilla, alla quale si attribuiscono virtà particolari nella nutrizione dell’uomo, ma la clorofilla è una proteina come le altre. Le vitamine, i sali minerali, le proteine ed alcuni acidi grassi presenti nelle foglie si ritrovano anche nella frutta, inoltre nella frutta si trova l’acqua “fisiologica” più o meno nella stessa percentuale con la quale è presente nel corpo umano; non così nelle foglie e meno ancora nei semi.

Fry sposta poi la sua attenzione sul fatto che la maggior parte delle foglie, tra cui quelle che noi mangiamo, sono provviste di veleni protettori della pianta. Tra le foglie più tossiche che noi mangiamo sono da annoverare: il sedano, le bietole, il ravizzone (colza), il rabarbaro, il prezzemolo, il basilico, gli spinaci, la cicoria, la menta, il tarassaco, l’origano, ecc.

Particolarmente tossiche e persino mortali sono le foglie del pomodoro, della patata, della melanzana, del peperone, dell’albicocco, ecc. Financo le foglie della lattuga pare che siano, sebbene modestamente, provviste di sostanze tossiche. La presenza di questi veleni protettori nelle foglie e dei conseguenti rischi tossicologici che si corrono nel mangiarle sono autorevolmente confermati dagli studi specifici fatti dal prof. Bruce Ames, dell’Università di Berkeley, USA. Per contro, la maggior parte dei frutti utilizzati dall’uomo a scopo alimentare sono invece privi di sostanze tossiche.

Anche le notizie relative alla presenza di fogliame ed altre parti di vegetali nella normale dieta delle grandi scimmie antropomorfe, della quale prima si è parlato, sono false. La prima osservazione che si può fare è che noi non possiamo essere condizionati dalla loro condizione attuale, più che non esserlo dagli Esquimesi, dice ironicamente Fry.

Si è detto prima che le grandi scimmie antropomorfe non mangiano semi, comunemente indicati come “noci”. Ora, per quanto riguarda l’uomo, possiamo dire che le noci non solo non sono necessarie, ma addirittura sono dannose, contenendo un fattore antinutrizionale, un antienzima, che ostacola la loro digestione da parte di altri enzimi. E’ chiaro che i semi hanno lo scopo di dare vita a un nuovo essere vivente e non sono certo destinati ad essere distrutti dall’azione trituratrice dei denti dell’uomo prima che dai suoi succhi digestivi. La Natura non ha prodotto i semi per nutrire l’uomo, per altro sono troppo proteici e possono, a causa proprio di tale eccesso di proteine, provocare danni alla salute umana. Infine, contenendo pochissima acqua, sono inadatti anche per questo a costituire un cibo adeguato alle esigenze umane.

Per l’uomo che si trovasse in uno stato di natura, senza apparecchi per cucinare, disponendo solo del suo corpo, senza attrezzi di nessun tipo, la frutta è la sola cosa che prenderebbe, rifiutando erbe, cereali, radici e tuberi; naturalmente rifiuterebbe, essendone incapace di catturare, uccidere e mangiare altri animali oppure di berne il latte.

La frutta, in sostanza, costituisce un alimento naturale, che, comparso quando comparve, l’uomo, fu chiaramente destinata dalla Natura, simbioticamente, a nutrire in modo ottimale l’uomo.

Quando si afferma che la frutta, utilizzata come unico alimento, provoca un sovraccarico di zuccheri, si trascura il fatto che a tale eccesso contribuisce (e non potrebbe essere altrimenti) anche l’alimento amidaceo che ingeriamo (pane, pasta, riso, polenta, ecc.) e che ha, come destino finale della sua digestione, appunto, monosaccaridi (zuccheri semplici); questo eccesso di amidi nella propria dieta è comunemente indicato con il termine “amidonismo”.

Riprendiamo il discorso sulle grandi scimmie antropomorfe per esaminare più approfonditamente la loro dieta. Ebbene, si è potuto accertare che l’orango può restare fino a tre mesi di seguito sugli alberi, senza mai scendere al suolo e nutrendosi pertanto solo della frutta prodotta dagli alberi. I gorilla vengono giustamente definiti da Fry “macchine che vanno a foraggio e macchine per defecare” in quanto la loro giornata è mediamente costituita da 14 ore dedicate a riposare e defecare e 10 ore circa dedicate alla ricerca ed ingestione di cibo. George B. Schaller ha fatto notare che essi mangiavano foraggio in una quantità giornaliera pari al 10% del loro peso, soprattutto sedano selvatico. Ne si capisce come possano elaborare tutti questi vegetali se si tiene presente che i gorilla, come del resto l’uomo (e ne abbiamo parlato) non secernono la cellulasi, che è l’enzima necessario alla trasformazione della cellulosa in uno zucchero semplice.

Evidentemente questa grossa massa solo parzialmente digerita di vegetali stimola egregiamente la peristalsi provocando la pressochè continua defecazione. Ma Schaller ha approfondito la cosa ed ha potuto così appurare che, quando arrivava la stagione di certa frutta, i gorilla non toccavano più il foraggio, ma si alimentavano unicamente di quella frutta, fin che ce n’era.

Ed è ancora Schaller, primatologo di grande fama, che ci riferisce di un esperimento fatto allo zoo di San Diego, dove i gorilla, se veniva loro somministrata frutta in abbondanza, non mangiavano più il foraggio; insomma il gorilla, messo in condizioni di scegliere tra foraggio e frutta, non manifesta dubbi e sceglie la frutta. Che cosa significa ciò? Significa che il suo cibo naturale, non è il foraggio, ma la frutta. Certo, anziché patire la fame si mangia qualunque cosa. Così, del resto, fecero i nostri progenitori quando, passando dalla foresta, e dall’alimentazione fruttariana che questo bioma consentiva, nella savana, dove non esistono alberi da frutta, per non soccombere divennero cerealivori e mangiatori di carne, con l’aiuto del fuoco.

E della terza scimmia antropomorfa cosa c’è da dire? Dello scimpanzé si dice che mangia molte cose e forse ciò è vero in condizioni di cattività, situazione innaturale, che determina sconvolgimenti comportamentali notevoli, che possono influire anche sugli orientamenti nutrizionali.

E’ bene, quindi, dare validità alle testimonianze di ricercatori o studiosi che ne hanno osservato attentamente la vita, quando questa viene trascorsa in libertà; per lo scimpanzé nessuna persona può saperne di più di J. Goodall, etologa primatologa che ha trascorso trent’anni tra loro, la quale ha constatato che se gli scimpanzé dispongono di banane in abbondanza, mangiano solo questi frutti e niente altro (sino a 40-50 la volta).

Come si vede, i comportamenti alimentari delle 3 grandi scimmie antropomorfe, che molti ritenevano accreditassero la insufficienza di una alimentazione fruttariana al 100% (e quindi il ricorso obbligato ad altre parti più o meno tenere di vegetali), in realtà, da quanto si è detto in quest’ultima parte del presente stelloncino, documentano proprio il contrario e cioè che queste scimmie, quando sono libere di scegliere il loro nutrimento naturale, si nutrono da animali fruttariani al 100%. E non c’è bisogno di estrapolare questo comprovato fruttarismo dei Pongidi applicandolo all’uomo perché per quest’ultimo fa fede l’istinto dei bambini, quando non è ancora pervertito.

Dicemmo, nel 5° stelloncino di questo paragrafo che all’uomo non si addicono cibi ad alto contenuto proteico, come, per esempio, derivati del latte, semi, uova, legumi, ecc., per non parlare della carne. Peraltro, molte di queste proteine andrebbero sprecate in quanto l’organismo espelle, indigerite, con le feci una buona parte di queste proteine (quelle che non riesce ad espellere in questa maniera, se sono ancora eccessive, cercherà di deaminarle trasformandole in composti ternari, cioè in zuccheri e grassi e poi ancora, se neanche ciò basta, se ne sbarazzerà mediante un lavoro straordinario del fegato e dei reni).

Dobbiamo ora tornare a parlare di questi cibi ad alto contenuto proteico, intanto per ricordare, se ce ne fosse ancora bisogno, che la frutta è da escludere dal novero dei cibi ad altro contenuto proteico e che anche questo fatto contribuisce a renderla atta all’alimentazione umana. Ma se ora torniamo a parlare di questo argomento è per evidenziare un altro fatto di notevole importanza e cioè una scoperta del già citato prof. Max Rubner, dell’Università di Berlino, il quale la rese pubblica a Lipsia, in un Convegno scientifico, con una memoria riguardante i risultati delle sue ricerche sulle proteine (che poi lui espose nel suo libro “Volksemahrungsfragen”, in italiano: “Questioni relative all’alimentazione della popolazione”). Il succo di questa scoperta è che il grado di utilizzazione delle proteine di un determinato alimento è tanto più grande quanto più modesta è la percentuale di proteine che quell’alimento contiene.

Questo studioso dimostrò, per esempio, che un chilo di patate costituisce un cibo relativamente assai più nutriente di un etto di carne o di formaggio perché l’organismo umano riesce ad utilizzare dalle patate una quantità di proteine sette volte maggiore di quelle che utilizzerebbe mangiando carne o formaggio, in quanto le proteine di un etto di carne o di formaggio sono concentrate, mentre la stessa quantità di proteine è nelle patate diffusa in una massa di dieci etti.

La stessa cosa vale per le mele, che sono molto nutrienti in quanto le loro relativamente scarse proteine (0,35%) sono utilizzate al 100%. Come è facile capire, questa scoperta di Rubner costituisce una ennesima e valida motivazione scientifica del fruttarismo.

Editato da Marco Giai-Levra (https://marcogiailevra.wordpress.com)